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25 Maggio 2020

Pubblicato il

L'analisi del docente Luiss

Coronavirus: “Paesi che scelgono l’immunità di gregge vanificheranno sforzi”

Problema di sicurezza nazionale, sopravvivenza di sistemi economico-sociali, ordine pubblico e persino la continuità delle istituzioni

Germano Dottori, docente universitario

L’11 marzo l’epidemia di Sars-coV-2 è stata dichiarata pandemia, un’emergenza sanitaria globale. Eppure c’è ancora discordanza tra diverse nazioni su come si debba intervenire. Anche il tasso di mortalità è discusso perché non abbiamo il numero complessivo dei contagiati (come sostenuto dalla virologa Ilaria Capua). Abbiamo parlato con Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss-Guido Carli e Consigliere Scientifico di Limes, che ci fa presente come ci siano diverse scuole di pensiero medico nel fronteggiare l’emergenza.

Ci sono paesi come la Cina e l’Italia che hanno scelto di affrontare il virus con l’isolamento, dunque impedendone la diffusione. Paesi come la Gran Bretagna o la Corea del Sud, invece, con un metodo diametralmente opposto: non evitare i contagi, cosicché si sviluppi la cosiddetta “Immunità di gregge”.

Professore, cos’è l’immunità di gregge?

“È il processo attraverso il quale una comunità di individui si immunizza progressivamente rispetto a un agente patogeno. Coloro che ci credono ritengono di potervi scommettere, accettando di subire un certo numero di morti senza compromettere il funzionamento dell’economia e l’ordine politico-sociale. È un’ipotesi scientifica opposta a quella che abbiamo abbracciato in Italia. Stiamo in effetti scoprendo che in questa materia esistono scuole di pensiero differenti.

Mi sembra del tutto ovvio che la praticabilità di questa strategia dipende crucialmente dalla cultura nazionale di ciascun paese. I britannici sono quelli che entravano in fila indiana nei rifugi mentre Hitler bombardava Londra nel 1940. Ieri il premier Johnson ha detto ai suoi concittadini di prepararsi ad accettare la perdita prematura di qualche loro congiunto, stimando in 10mila i contagi già in atto. Non molti meno di quelli che dichiariamo noi. Noi lo destituiremmo: invece, la stampa britannica oggi lo paragona a Churchill. E nei negozi inglesi la gente entra senza mascherine”.

Perché se noi italiani restiamo in isolamento e altri paesi non lo fanno, si rischia di “Vanificare tutto” come dice lei?

“Perché se noi contiamo di fermare i contagi cercando di ‘chiudere il virus in una stalla’ mentre i nostri vicini e maggiori partner economici lo fanno galoppare dandogli la biada è chiaro che dovremmo in futuro porci il problema di una nostra completa segregazione a tempo indeterminato dal resto del mondo. Per una nazione come la nostra che dipende per il proprio benessere dalla possibilità di importare ed esportare sarebbe semplicemente insostenibile.

Sembrano dallo stesso lato degli inglesi anche i tedeschi: un paio di settimane fa, il loro Ministro della Sanità aveva annunciato misure draconiane. Alla Merkel poi è stata carpita qualche giorno fa l’ammissione che potrebbero essere anche 58 milioni i tedeschi destinati al contagio: e cosa è accaduto? Hanno tenuto gli stadi aperti! Piano piano, faranno qualcosa, ma senza indulgere al panico. Quindi, delle due: o cambiano approccio gli altri, ma alla svelta e in modo radicale, o dovremo ad un dato momento farlo noi. E tutto questo a prescindere da quale sia il metodo che permette davvero di salvare più vite.

Non le nascondo di essere piuttosto preoccupato. Avremmo bisogno di una politica di contrasto internazionalmente coordinata. Invece, anche sotto questo profilo ci stiamo frammentando. Da un lato i sostenitori della soluzione cinese, dall’altro coloro che invece cercano vie differenti, talvolta anche sperimentando soluzioni molto innovative, come stanno facendo i sud-coreani”.

C’è un legame politico o geo-politico tra la scelta sanitaria adottata ad esempio dalla Corea del Sud e quella adottata dall’Italia? Sembrano esserci quasi degli allineamenti “ideologici” nel metodo di “lotta” che i governi hanno scelto…

“Allineamento ideologico non direi, almeno non nel caso della Corea del Sud. I sudcoreani non sembrano essersi posti il problema dell’immunità di gregge o della chiusura del virus in una stalla. Stanno adottando un approccio più dinamico: conducono più test, quasi quattro volte più di noi, e poi sfruttano dati e metadati disponibili per tracciare movimenti ed interazioni delle persone a rischio. Un sistema smart che non mancherà di imprimere un forte boost anche alla loro azienda più famosa nel mondo, Samsung, e più in generale al loro high-tech. Combattono il virus con originalità, senza strozzare l’economia ma anzi creando i presupposti per un’accelerazione del loro sviluppo successivo. È un esempio da studiare, sul quale ha fatto bene l’agenzia di stampa Reuters ad attirare l’attenzione”.

Qual è la sua visione in merito all’eziologia del virus? L’epicentro è sicuramente Wuhan eppure abbondano le versioni secondo cui sarebbe un’arma biologica americana oppure un microrganismo sfuggito di mano dal laboratorio di Wuhan che effettivamente esiste. I “complotti” senza fondamento sono da respingere, però per onestà intellettuale dobbiamo prendere in considerazione diverse ipotesi…

“La verità è che non sappiamo nulla di cosa sia successo. Siamo però di fronte ad un problema che viene ancora trattato da molti come fosse solo di sanità pubblica. Mentre è invece di sicurezza nazionale, perché non pone a rischio soltanto la sopravvivenza delle persone, ma anche quella di interi sistemi economico-sociali, l’ordine pubblico e, in prospettiva, persino la continuità delle istituzioni, se i numeri sulla progressione dei contagi saranno verificati.

In quanto tale deve essere gestito strategicamente, di certo anche con l’apporto degli scienziati, che però non dovrebbero essere messi sulla plancia di comando. Servono persone in grado di osservare quanto accade a 360 gradi. Dentro e fuori il paese. Una capacità che in Europa appare assolutamente rara. Dobbiamo interrogarci soprattutto sulla sostenibilità delle misure che adottiamo.

In Italia è diffuso il convincimento che tra due settimane sarà tutto a posto e torneremo più o meno alle vecchie abitudini. Lo stesso Governo ha però detto un’altra cosa, anticipando di sperare per ora solo in una diminuzione delle nuove infezioni. E neanche immediata. Lo stato di emergenza nazionale proclamato lo scorso 31 gennaio è per sei mesi. Varrà fino alla fine di giugno. Che si farà quando i costi di questo rigore determineranno scontento, perché mancheranno soldi e merci?

George Friedman, uno dei più quotati esperti di geopolitica a livello mondiale, lo ha ricordato oggi: prima la gente chiederà ai governi di fermare il virus, poi li maledirà perché non ci sono riusciti ed infine li attaccherà proprio a causa delle misure prese per provarci. È una sintesi condivisibile. Speriamo che ci salvi un vaccino. A quanto si sa, gli americani ne stanno testando uno. Dichiarata la pandemia, dovrebbe esserne presto possibile un utilizzo immediato, accorciando i tempi”.

 
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