Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: strage di lupi, il veleno riapre il caso dei controlli assenti

Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ha parlato di un episodio di “eccezionale gravità”
Di Alessandra Monti
Lupo avvelenato nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise
Lupo avvelenato nel PNAML (da wwf.it)

La morte di dieci lupi in pochi giorni fra Alfedena e Pescasseroli (Provincia dell’Aquila) non è soltanto una notizia di cronaca ambientale. È il segnale di una frattura profonda che investe il rapporto fra legalità, presidio del territorio e credibilità delle politiche di tutela in una delle aree naturalistiche più preziose d’Italia.

Nel caso di Alfedena, il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ha parlato di un episodio di “eccezionale gravità”, rilevato il 15 aprile nell’Area Contigua, con il coinvolgimento immediato del Nucleo Cinofilo Antiveleno, il sequestro di carcasse e presunte esche e l’apertura di un’indagine coordinata dalla Procura di Sulmona. Un quadro già di per sé pesantissimo, aggravato dal precedente ritrovamento di altri cinque lupi morti a Pescasseroli.

Parco d’Abruzzo sotto attacco, il veleno colpisce un patrimonio comune

Il dato più inquietante è che non si tratta di un evento isolato. Lo stesso Parco richiama un precedente recentissimo e ancora più ampio: nel maggio 2023, nell’area di Cocullo, furono rinvenuti morti 9 lupi, 3 grifoni e 2 corvi imperiali, in un contesto definito allora come una vera strage di animali selvatici, quasi certamente provocata da bocconi avvelenati.

La ripetizione di episodi simili dimostra che il problema non può essere liquidato come devianza marginale, né confinato al gesto di pochi. Qui emerge una questione pubblica più grande: la capacità delle istituzioni di presidiare le zone sensibili, di prevenire e di colpire davvero chi usa il veleno come strumento di intimidazione e sterminio.

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Fauna protetta e territorio, la tutela non può fermarsi ai confini del parco

Il punto politico e amministrativo è questo: la tutela della biodiversità non può fermarsi alla linea che separa il parco dalle aree contigue o dai territori esterni. Il Reparto Carabinieri del Parco opera già in attività di contrasto al bracconaggio e ai reati ambientali, e dispone di un Nucleo Cinofilo Antiveleno che effettua ispezioni preventive e interventi urgenti nelle aree ritenute più esposte.

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Ma la stessa esistenza di questi strumenti conferma quanto il fenomeno sia noto, persistente e radicato. Se, nonostante questo, dieci lupi possono essere trovati morti in pochi giorni nello stesso comprensorio, allora la domanda riguarda l’intensità del controllo, la continuità dei monitoraggi, la collaborazione con i comuni, con i proprietari dei fondi e con chi vive e lavora in montagna.

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Istituzioni, allevatori, cittadini: serve una risposta netta

L’avvelenamento viene spesso evocato, in modo più o meno esplicito, come risposta brutale a tensioni legate alla presenza dei grandi predatori. Eppure il Parco, già nel 2023, ricordava che nelle aree contigue esistono indennizzi per i danni provocati da lupo e orso e che la stragrande maggioranza degli allevatori vive il territorio con rispetto e senso di responsabilità.

È proprio questa distinzione che va difesa con forza: da una parte chi lavora e chiede misure efficaci; dall’altra chi sceglie l’illegalità, colpendo senza controllo lupi, rapaci, piccola fauna, animali domestici e, potenzialmente, perfino specie simbolo come l’orso bruno marsicano. Il veleno, infatti, non seleziona e non si ferma alla specie bersaglio.

Il caso Abruzzo e il tema nazionale della legalità ambientale

La gravità di quanto accaduto riguarda l’Abruzzo, ma parla a tutto il Paese. Il Ministero della Salute ha prorogato il divieto di utilizzo e detenzione di esche e bocconi avvelenati proprio perché il fenomeno continua a rappresentare un rischio per animali, biodiversità e salute pubblica. Sul piano normativo, il lupo resta una specie particolarmente protetta dalla legge 157 del 1992.

Per questo, davanti a una sequenza tanto ravvicinata di episodi, non bastano l’indignazione e il cordoglio. Servono indagini rapide, sanzioni esemplari, presenza costante sul territorio e un’assunzione di responsabilità istituzionale che renda chiaro un punto: la difesa della fauna non è una battaglia simbolica, ma un pezzo della tenuta civile del territorio.

 
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Cronaca

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