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12 Giugno 2021

Pubblicato il

Il segno inaugurale di Gesù

di Redazione

di Il capocordata

Se vogliamo capire l’episodio di Cana (Gv. 2, 1-12), dobbiamo vederne simultaneamente la realtà storica e il valore di “segno”: avvenimento concreto, fatto vissuto, ma portatore di una rivelazione che lo supera e facente parte di un diverso ordine di realtà alle quali accede la fede. Giovanni, dopo essere stato testimone del fatto storico, l’ha lungamente meditato alla luce dell’Incarnazione e della risurrezione, e lo propone così illuminato alla nostra riflessione.

“Tre giorni dopo” (v. 1). Nel linguaggio dei primi cristiani l’espressione evoca immediatamente il giorno della risurrezione del Signore. Il miracolo di Cana assume il suo vero senso, il suo “significato” di anticipazione simbolica della grande manifestazione gloriosa di Gesù.

“Si celebrarono delle nozze”. E’ in una cornice festosa, in un’atmosfera di esultanza, che il primo dono del messia viene concesso. Le nozze, nella Bibbia, raffigurano l’alleanza di Dio con il suo popolo e l’unione di Cristo con la sua Chiesa.

“C’era anche la Madre di Gesù…fu invitato anche Gesù”. Ognuno è arrivato per conto suo. S’è già stabilito una separazione tra la Vergine e suo Figlio: Gesù, ormai impegnato nel suo ministero, dedito al suo ministero messianico, è con i suoi discepoli; è nei loro riguardi che egli ha dei doveri ed è per loro, infine, per la formazione della loro fede, che avrà luogo il prodigio. Giovanni parla della “madre di Gesù” qui a Cana e ai piedi della croce, cioè all’inizio e alla fine della vita pubblica di Gesù. Per quanto discreta e riservata, la presenza della Madonna e la sua mediazione inquadra e avvolge in qualche modo l’insieme della vita di Gesù con i suoi discepoli.

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Occasione del miracolo (vv. 3-5)

“Non hanno più vino” (v. 3). L’incidente provoca anzitutto un breve scambio di osservazioni tra Maria e Gesù. L’osservazione della Vergine si limita formalmente a constatare una situazione drammatica, ma racchiude un’implicita domanda, una preghiera in favore dei novelli sposi. “Donna, che cosa vorresti da me in questo?” (v. 4). Gesù, chiamando sua madre “Donna”, vuol porsi su un altro piano: adesso che si trova circondato dai suoi discepoli, impegnato nella sua opera messianica, i legami del sangue importano meno, per ottenere il miracolo. Gesù invita sua madre a veder le cose diversamente, da un punto di vista più alto. Il problema non è tanto di trarre d’imbarazzo due novelli sposi, quanto di esaminare la situazione in rapporto all’”ora” di Gesù, al momento fissato nel piano di Dio per la manifestazione gloriosa del Salvatore.

“Non è ancora giunta la mia ora” (v. 4). L’ora di Gesù determinata dal Padre è il momento della sua risurrezione: allora sarà manifestata, nella sua umanità, la gloria divina che egli possedeva dall’eternità come Figlio di Dio. La glorificazione di Gesù s’inaugura già con la sua “esaltazione” in croce e si conclude con l’effusione dello Spirito e con il dono della vita ai credenti.

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A Cana non è ancora giunta l’ora in cui veramente Gesù deve essere glorificato e i beni della salvezza comunicati. Tuttavia, è il rapporto con la glorificazione che conferisce il vero senso, il significato profondo al miracolo di Cana, il quale è un pegno, una realizzazione minore, un’anticipazione della grande manifestazione pasquale. Quando sarà venuta l’ora, si capirà pienamente tale rapporto. Nell’attesa, l’attenzione è già risvegliata, e il miracolo si compirà appunto in questo clima.

“Fate tutto quello che vi dirà” (v. 5).

Lungi dal vedere nella risposta del Figlio un rifiuto, Maria, manifestatamente incoraggiata, al contrario, nella sua attesa riprende una formula scritturistica per parlare ai servi. La Vergine si colloca realmente su un piano superiore, benché misterioso: sul piano della fede e della conformità al disegno di Dio. Con queste parole termina il compito della Madonna a Cana. Essa ha avuto una certa iniziativa nella determinazione del miracolo, col suo intervento in favore dei novelli sposi. A buon diritto, la nostra pietà ama vedere qui un primo esempio della misericordia della Vergine e della potenza della sua mediazione. Tale punto di vista deve tuttavia restare subordinato. Tirandosi in disparte, Maria riporta tutta la nostra attenzione sul suo Figlio. Agli occhi dell’evangelista, la scena di Cana è in primo luogo una manifestazione cristologica.

Il miracolo (vv. 6-8)

Le idrie potevano contenere un centinaio di litri, ossia un totale di sei ettolitri! In più, i servi riempirono le idrie fino all’orlo. Profusione, ricchezza traboccante dei beni messianici simboleggiati dal vino del miracolo inaugurale! Il maestro di tavola, che regola il servizio, è l’uomo particolarmente competente per apprezzare la qualità del vino nuovo: la sua ignoranza circa l’intervento di Gesù lo rende almeno un garante obiettivo della realtà del miracolo compiuto. Difatti, si congratula con lo sposo per l’eccellenza unica del suo vino, superiore ad ogni attesa. Per l’evangelista, il cambiamento dell’acqua in vino è un “segno” con cui Gesù manifesta la sua gloria. In che modo il miracolo del vino prepara il riconoscimento del mistero di Gesù e l’approfondimento della fede? Il miracolo di Cana si colloca principalmente sulla linea messianica dell’Antico Testamento. Il vino rappresenta qui i beni promessi per l’era messianica e la gioia che li accompagna. Il cambiamento dell’acqua in vino simboleggia il passaggio in un mondo trasfigurato, l’avvento di una economia religiosa trascendente, caratterizzata dalla presenza del messia e dall’effusione dei beni della salvezza. Il contenuto primordiale del segno di Cana è la rivelazione di Cristo nella sua condizione personale, alla sua condizione divina, al Figlio di Dio incarnato e risorto. La gloria del Verbo incarnato è effettivamente la sua qualità stessa di Figlio di Dio in quanto traspare attraverso la sua umanità e ci raggiunge tutti. “I suoi discepoli credettero in lui” (v. 11). I miracoli vogliono formare la fede, che è adesione alla persona di Gesù, contemplazione della sua gloria, accoglimento della sua salvezza.                                                                            

Bibliografia consultata: Jacquemin, 1971.

 
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