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09 Dicembre 2021

Pubblicato il

La Provvidenza divina

di Redazione
Una fede totale e un amore completo

Il brano evangelico (Mt. 6, 24-34) di questa domenica che precede il tempo di Quaresima appartiene al “discorso della montagna” che descrive le esigenze di ordine morale proposte da Gesù ai suoi discepoli. Il nostro testo raggruppa una serie di esortazioni al distacco, in cui si avverte l’eco della prima beatitudine: “beati i poveri in spirito” (5, 3). Questo insegnamento morale utilizza con tutta naturalezza materiali e modi di espressione del genere sapienziale: sentenze proverbiali, paragoni familiari, domande dalla risposta evidente, consigli basati sull’esperienza e concernenti la vita di ogni giorno che deve portare alla felicità. Lo spirito è nuovo (la legge nuova): la felicità è ben altra da quella umana, perché trascendente, che fa parte della storia definitiva, ultima, escatologica.

Il servizio esclusivo di Dio (v. 24)

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“Nessuno può servire a due padroni”: se qualcuno pretende di servire a due padroni, rischia di trovarsi davanti ad ordini contrastanti, tra i quali dovrà ben scegliere. Infatti, amerà l’uno più che l’altro. Ma Dio non può essere l’oggetto di una semplice preferenza. Il discepolo sa che Dio, l’Unico, reclama un’adorazione esclusiva, un servizio totale, un amore completo  (l’amore di Dio). La scelta dell’uomo è tra Dio e Mammona. Mammona è un termine che in aramaico (la lingua parlata da Gesù) significa “denaro” o “ricchezze” che il denaro permette di acquistare. Gesù usa questo termine come un nome proprio come se fosse una persona e presentandolo come un padrone a cui si serve e che può far concorrenza a Dio. Quando si cerca di accumulare ricchezza, questa diventa un idolo e Dio è dimenticato. Questa parola aramaica è stata conservata perché viene dalla bocca stessa di Cristo e ha attirato l’attenzione (purtroppo non quella dei Vescovi, nell’ultima traduzione per la liturgia!). La contrapposizione tra Dio e il denaro è assoluta: essa si fonda, da una parte, sulla trascendenza di Dio e, dall’altra, sulla nostra fragilità. Il denaro esercita su di noi una seduzione che ci conquista: chiunque vi si attacchi, se ne trova ben presto schiavo, veramente dominato dalla preoccupazione di ammucchiarne sempre di più. Facendo un passo ulteriore, possiamo pensare che Gesù insinui appunto la presenza di Satana dietro il “denaro” (Mammona) nominato come un personaggio concreto, rivale di Dio. Infatti, non possiamo servire contemporaneamente a due padroni. Certamente esiste un godimento legittimo dei beni della terra, ma non possiamo attaccarvi il nostro cuore, perché ciò significherebbe asservirsi a questi beni e, nel contempo, staccarci dal servizio di Dio.  Infatti Dio ci ha creati per lui, per il suo servizio, per il suo amore.

La preoccupazione primordiale per il Regno (vv. 25-34)

L’esigenza di distacco permane anche davanti ai bisogni temporali più elementari, necessari alla persona, come il cibo o il vestito. Gesù ci invita a rifiutare ogni inquietudine e preoccupazione, perché esse sono la prima forma di schiavitù a cui ci incatenano i beni terreni. Il discepolo deve liberarsi da simile dominio per rendersi totalmente disponibile a Dio.

"Non affannatevi per la vostra vita e neanche per il vostro corpo”: non significa che non dobbiamo in alcun modo occuparci del cibo e del vestito, ma che dobbiamo farlo senza inquietudine, senza turbamento, senza ansietà, sicuri dell’amore del Padre, consapevoli del vero scopo dell’esistenza. Il cibo, il vestito, per quanto necessari, restano dei beni di ordine inferiore, subordinato: sono mezzi e non fini!

“Guardate gli uccelli del cielo…osservate come crescono i gigli del campo”: gli uccelli del cielo non lavorano, non accumulano ricchezze; nemmeno i gigli del campo fanno ciò che può e deve fare l’uomo per procurarsi il cibo e il vestito. E’ ammirevole il fatto che Dio si preoccupi tanto di creature così piccole: Egli non abbandona niente di quello che ha creato. Ai fragili uccelli del cielo fa trovare il cibo nel tempo opportuno; riveste di splendore incomparabile i fiori più effimeri del campo. Davanti allo spettacolo dell’universale generosità del Padre, come dubitare della sua particolare benevolenza nei nostri riguardi? L’uomo deve essere sicuro dell’amore di Dio, che è tanto più grande in quanto l’uomo, agli occhi stessi di Dio, sorpassa di gran lunga questi umili esseri. Dio vigila sulla sua opera: in favore dei suoi eletti interviene col miracolo, se occorre. E ci rimprovera la nostra poca fede! La sua insufficienza non consiste in una scarsa conoscenza del contenuto della fede, ma nella carenza di fiducia in Dio. Del cibo e del vestito si preoccupano i pagani: essi restano attaccati alle cose esteriori e non si dirigono verso l’essenziale. Pagani sono gli uomini che non riescono a portare a compimento la propria vita. Il compimento della vita va cercato in un’altra direzione: nella sovranità e nella giustizia del loro Padre celeste, confidando che egli darà loro in aggiunta tutte queste cose. I discepoli se orientano tutta la loro vita in direzione del Regno e della giustizia del Padre, essi possono abbandonarsi a lui in piena fiducia.

Cercare il Regno (vv. 31-33)

E’ per il Regno che il credente deve affannarsi, prima che per ogni altra cosa. L’uomo deve piuttosto diventare libero per il Regno e la giustizia del Padre celeste. Il discepolo di Gesù deve cercare il Regno, ossia far in modo di ottenerlo con il suo umile sforzo e con la preghiera. Al discepolo “preoccupato” di un tale ideale, Dio promette di far trovare tutto il necessario quotidiano: quelle realtà temporali strettamente indispensabili (il cibo e il vestito), benché subordinate. Se elimina l’inquietudine per questi bisogni naturali, il cristiano colloca tutte le cose nel loro giusto posto.

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“A ciascun giorno la sua pena”: la preoccupazione del domani avvelena il giorno presente, senza darci in compenso una maggiore sicurezza per l’avvenire. L’inquietudine per l’avvenire e la preoccupazione di mettere da parte delle riserve non devono esistere neppure per l’indomani; basta il compito di ogni giorno; Gesù si raccomanda di occuparsi solo dell’oggi; l’abbandono alla Provvidenza deve essere totale. Il Padre celeste ha cura del nostro domani. Questa sentenza conclusiva potrebbe quindi essere intesa come una consolazione: aiuta ad applicare la direttiva di Gesù alla situazione della comunità cristiana destinataria del Vangelo di Matteo.

Bibliografia consultata: Jacquemin, 1973; Gnilka, 1990

 
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