La trasfigurazione di Gesù Cristo sul monte Tabor

Ognuno di noi, in quanto battezzato, deve rivedersi nella trasfigurazione di Cristo. La luce di Gesù sul Tabor ci fa intuire che il dolore non è l’ultima parola

Il Capocordata in montagna

Il Capocordata

L’episodio della Trasfigurazione (Mt. 17, 1-9) è racchiuso tra i primi due “annunci della passione”. E’ evidente e comprensibile come i discepoli, in questi annunci, colgano esclusivamente il contenuto di passione e non quello di risurrezione: le loro reazioni di rifiuto e di silenzio ne sono una dimostrazione. Il brano evangelico della Trasfigurazione ha la funzione di sottolineare l’aspetto della risurrezione che risulta difficile da cogliere, anche se è particolarmente evidente nel richiamo esplicito con cui si chiude il nostro brano: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti” (v. 9).

La Teofania

Nei vangeli si parla di interventi diretti del Padre: uno di questi è la Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor. E’ evidente che la teofania principale è e rimane Gesù stesso, ed è lui stesso ad affermarlo nel vangelo di Giovanni: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv. 14. 9).

La Trasfigurazione

Tre sono gli elementi prodigiosi del nostro brano che esprimono le caratteristiche di Gesù: la trasfigurazione mostra che Gesù non è semplicemente quel che appare, non è “un uomo come gli altri”; l’apparizione di Mosè ed Elia sottolinea l’autorità messianica di Gesù che supera quella dei due personaggi dell’Antico Testamento; la voce dal cielo e la nube esplicitano la natura divina di Gesù.

La teofania ha dei destinatari ben specifici: Pietro, Giacomo e Giovanni. La loro presenza è fortemente sottolineata: “Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro” (vv. 1-2). Ma soprattutto il comando del Padre (“Ascoltatelo”) è rivolto chiaramente ai tre discepoli. Saranno gli stessi che Gesù vorrà con sé nel Getsemani perché preghino con lui. Inoltre, Pietro e Giovanni saranno i testimoni della tomba vuota, segno evidente della Risurrezione di Gesù.

La frase pronunciata dal Padre è letteralmente identica a quella dell’episodio del Battesimo di Gesù. Il comando di “ascoltare” Gesù ha la sua motivazione nella difficoltà per i discepoli di accettare gli annunci della passione e della risurrezione. Gesù è la voce di Dio, che parla le parole di Dio.

Il suo volto brillò come il sole (v. 2)

I tre discepoli, pur avendo compreso che era Gesù la maestà di Dio, ignoravano ancora la potenza del suo corpo, da cui la divinità era come velata. Gesù stesso tranquillizza i discepoli, dicendo loro che ciò che hanno vissuto è un’anticipazione della gloria pasquale, e può essere compreso solo alla luce della Pasqua, che include il cammino della croce. Ora la chiesa vede anche nell’umanità la presenza di Dio, che si attua e si rivela nella comunità dei credenti. La luce di Dio, luce inaccessibile, investe l’umanità per rischiararla con la luce della trasfigurazione.

Così il mistero di Cristo diventa mistero dell’uomo. Il racconto culmina con la voce celeste che dichiara Gesù il Figlio prediletto. Esso ha due funzioni: lo abilita nel suo ruolo salvifico e lo individua nella sua sorte futura. La sua Parola adesso ha una valenza unica per la comunità dei discepoli, portando a compimento le esperienze precedenti della Legge (Mosè) e dei profeti (Elia). Gesù è confermato nel suo essere Messia che viene a dare la sua vita per noi.

La trasfigurazione di Gesù è la nostra

Nella festa della Trasfigurazione, la chiesa non celebra solamente la trasfigurazione di Cristo, ma anche la propria trasfigurazione. Ognuno di noi, in quanto battezzato, deve rivedersi nella trasfigurazione di Cristo. Come possiamo allora vivere il mistero della Trasfigurazione? Mettendoci in contemplazione. Contemplando Cristo, noi diventiamo simili a lui, ci conformiamo a lui e permettiamo ai suoi pensieri di essere i nostri pensieri, ai suoi sentimenti di essere i nostri.

Questo episodio ci insegna che nelle nostre preghiere dobbiamo innanzitutto chiedere a Dio la forza di sopportare la sofferenza e saper caricare sulle nostre spalle il peso della croce. La felicità non può precedere il tempo della sofferenza. La luce di Gesù sul Tabor ci fa intuire che il dolore non è l’ultima parola. C’è un Tabor in cui tutti possiamo salire per contemplare in esso il volto radioso di Cristo. Gesù si trasfigura ora anche davanti a noi, se sotto il velo dell’ostia bianca sappiamo riconoscere colui che quel giorno apparve sul monte in tutta la sua gloria. Corriamo anche noi fiduciosi e lieti là dove il Signore ci chiama, lasciamoci trasformare da questa gloriosa trasfigurazione.

Essere figli di Dio è un cambiamento che dovrebbe essere manifesto a tutti quelli che accostano i cristiani, perché la stessa gloria di Dio deve brillare sul nostro volto, nelle nostre parole e nei nostri gesti. Perché la fiducia in Dio, la certezza della sua misericordia, la sicurezza della sua vicinanza di Padre, sono in grado di liberarci dall’angoscia anche nei frangenti più duri della vita.

A tutti coloro che hanno a cuore l’alleanza con Dio viene donata la parola che il Padre fa udire sul monte: “Questi è il mio Figlio prediletto: ascoltatelo!” E’ la Parola ascoltata, accolta, vissuta che trasfigura la nostra esistenza. E’ la Parola che illumina ogni gesto, ogni azione sacra e la strappa all’ambiguità, tracciando la strada che si apre davanti a ogni discepolo di Cristo: strada della gloria, che passa per la croce. Anche a noi il Signore dice: “Alzatevi e non temete”. C’è ancora tanta strada da affrontare. Se veniamo consolati è perché dobbiamo resistere nell’ora della prova, ora in cui ci chiami a portare la croce e a offrire la nostra vita.

Il Capocordata.

Bibliografia consultata: Busia, 2023; Cumia, 2023; Laurita, 2023.