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08 Febbraio 2023

Pubblicato il

Religione, Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio

di Redazione
di Il capocordata

Il brano del Vangelo di Matteo (22, 15-21) che sarà proclamato nella liturgia domenicale è la prima delle quattro controversie-dispute create a posta per cogliere Gesù in errore, onde accusarlo di fronte all’autorità religiosa e civile. Qui la contesa nasce dai farisei e dagli erodiani che cercano di far cadere in trappola il Maestro. La prima questione che essi pongono ha un carattere prettamente politico e riguarda la liceità di pagare o meno il tributo al dominatore romano. La domanda, introdotta dalla formula “è lecito” (v. 17), sottintende un riferimento alla giustizia richiamata nella Legge (la Torah) ed è spesso utilizzata nel vangelo di Matteo.

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Dall’atteggiamento sin troppo benevolo e dalle parole dei suoi interlocutori Gesù comprende il loro scopo: essi non cercano la verità, ma la loro domanda è semplicemente un pretesto per trarre in inganno il Maestro. In effetti, né i farisei né gli erodiani erano particolarmente interessati al pagamento del tributo, ma il loro scopo era quello di trovare una scusa per accusare Gesù d’essere un sovversivo: “i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi” (15).

L’interrogativo posto al Signore riguarda la tassa da pagare all’imperatore romano, introdotta a partire dal 6 d.C., dopo il censimento nella provincia di Siria-Palestina. Tale tributo era obbligatorio e veniva saldato attraverso una moneta che riportava l’effigie dell’imperatore. Già questo mezzo creava ai giudei non pochi problemi, perché non rispettava il comando di Es. 20, 4, secondo cui era proibito farsi immagini d’uomo. Oltretutto rispecchiava il desiderio, da parte dell’oppressore romano, di diffondere il culto del sovrano e quindi rappresentava un atteggiamento idolatrico, in contrasto con la fede nell’unico Signore.

Pertanto, se Gesù avesse risposto positivamente alla domanda, avrebbe riconosciuto l’autorità di Roma sul popolo ebraico, contraddicendo, di fronte ai pii farisei, la fede nel Signore-Dio, unico Sovrano del popolo eletto, e inoltre sarebbe stato ritenuto un complice degli odiati invasori stranieri. Se invece avesse risposto negativamente, sarebbe stato ritenuto dagli erodiani, amici di Roma, un sovversivo dell’autorità romana, come era già avvenuto per un certo Giuda il Galileo che, secondo il racconto dello storico Giuseppe Flavio, nel 6 d.C. avrebbe spinto il popolo ebraico alla ribellione utilizzando il rifiuto di pagare a Roma l’odioso tributo.

L’imprevedibile risposta di Gesù

Gesù, chiamato a rispondere al quesito, lo fa in modo totalmente imprevedibile. Egli articola la sua risposta in due momenti: prima coinvolge i suoi interlocutori, chiedendo che gli mostrino una moneta romana. Ciò fa chiaramente emergere la malizia della loro domanda, posta per far cadere in errore Gesù; poi li sorprende con la sua risposta lapidaria: “rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (v. 21).

Si può notare come la risposta di Gesù rispetti due piani fondamentali: quello della giustizia umana e quello di Dio. Essi non sono in contrapposizione, ma dimostrano come la realtà quotidiana sia la storia in cui riscoprire la sovranità di Dio. Infatti, rendere a Cesare il tributo significa riconoscere che quella moneta con la sua effige gli appartiene, ma questo è l’ordine puramente umano dell’esistenza, mentre l’uomo, creato a immagine e somiglianza del Creatore (Gen. 1, 27), appartiene solo a Dio, autentico Signore della storia.

Da una parte Gesù non sovverte l’ordine della giustizia umana, ma invita a riconoscere un piano superiore, quello di Dio, della sua giustizia. Gesù invita a non fermarsi alla semplice cornice esteriore della storia, ma ad arrivare al centro del quadro, all’opera d’arte, cioè al fatto che tra le righe storte dell’esistenza Dio è sempre e comunque il Signore della storia, dell’umanità e di ciascuno.

Per l’esistenza cristiana l’unico e ultimo criterio della vita rimane Dio, a cui va la fedele perseveranza nella certezza che il Signore porterà a compimento la sua giustizia e la sua misericordia. Tale prospettiva non è una sorta di evasione dalla realtà, quando questa diventa opprimente, e nemmeno una proiezione illusoria verso un futuro idealizzato in cui si compiranno le nostre aspettative; piuttosto, è il chiaro invito a vivere con coerenza il nostro oggi, sempre nella consapevolezza che il Signore guida e precede il nostro cammino. Questa dimensione della vita cristiana diventa, da una parte, liberante da tante schiavitù e dipendenze, mentre, dall’altra, ci consegna il coraggio e la forza della fede da cui essere sostenuti.

La fede cristiana non suggerisce la fuga dal mondo, o meglio l’evasione dai compiti terreni che ogni persona deve affrontare. Al contrario, la fede vera aiuta ad assumere gli impegni con responsabilità, ad essere sale della terra e luce per il mondo. Il concilio Vaticano II ha dedicato ampio spazio a riflettere sulla presenza del cristiano nel mondo di oggi e a fare proprie le preoccupazioni e le speranze, le ansie e le gioie dei contemporanei. Le indicazioni che il concilio dà a questo riguardo, fondate sul vangelo di Gesù, dovrebbero far superare reticenze e spronare a una testimonianza chiara dei valori evangelici. Nella risposta di Gesù ai suoi avversari troviamo l’invito a riportare al centro ogni impegno sociale: Dio, che deve avere il primo posto nella vita di ognuno di noi, non dispensa però dal prendersi le proprie responsabilità nei confronti delle realtà terrene.

Bibliografia consultata: Corini, 2017.

 
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