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29 Settembre 2020

Pubblicato il

Senza l’arte un popolo non esiste

di Redazione

La denuncia di Francesco da Fiumata, l'artista reatino che combatte una battaglia personale contro l'oblio

Sono consapevole dell’importanza sociale della mia arte, della spinta che le mie opere potrebbero produrre nella ricerca della giustizia. I grandi dell’arte nella storia hanno sempre occupato un ruolo di primissimo piano, parlando al popolo attraverso le loro opere, ma erano altri tempi. L’effetto dirompente della mia arte poderosa non fa sconti, è feroce, è contro i politici e le loro ipocrisie, contro i ricchi, contro i poveri e contro quei popoli coglioni che si sono appecoronati alla cultura del male assoluto sotto forma di bene.

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Vorrei che la mia arte parlasse al popolo, alla moltitudine e facesse breccia nella coscienza collettiva attraverso un linguaggio diretto, ma credo che il popolo italico non ci arriverà mai a capire il mio messaggio, perché è un popolo fallito insieme a tutti i suoi amministratori, giornalisti ed intellettuali. Come potrà mai capire il linguaggio delle mie opere che è volto alla ricerca della verità e della libertà quando loro stessi stanno rinnegando la mia e la loro cultura millenaria.

E’ tutto compromesso, l’arte è morta da tempo, basta osservare la Biennale di Venezia, in questa fase di profonda e pericolosa crisi culturale italiana, alla Biennale c’è la diserzione degli artisti sugli argomenti più cruciali del nostro "mal vivere", un fatto davvero inaccettabile. Dov’è finita l’Arte che parlava alla società? Dove sono gli artisti non corrotti? Che fanno? Di cosa si occupano? Perché latitano nei temi più bui? Perché non prendono posizione? Forse in Italia questi uomini si sono estinti?

Se davvero l’Arte ha da sempre assunto il ruolo di messaggera di contenuti necessari alla società (e da questa desunti, allora ancora più grave risulta l'assenza di un’arte relativa a questa precisa contemporaneità. In Italia (e non solo) dovrebbe esistere già da parecchi anni un tipo di realismo inteso davvero come denuncia dei misfatti del ceto politico, degli intellettuali, dei media, delle banche, dei poteri forti, delle associazioni, un realismo tenace, audace, risoluto, coraggiosissimo senza possibilità di replica, declinato in termini contemporanei, e invece nulla.

Oggi, ahimè,io sto cercando di dare con le mie opere al popolo dei messaggi più chiari, soprattutto nel linguaggio visivo che si avvale di altri codici (non verbali) già difficili da interpretare per chi, quei codici, non li conosce (la maggioranza degli italiani). Dove sono gli altri artisti? Le gallerie dovrebbero traboccare di opere-denuncia, invece siamo ancora legati a vecchi modelli, alle istallazioni del 1968 oppure ai soliti nomi della ormai "fu" transavanguardia degli anni ottanta (gruppo nato per volontà di Achille Bonito Oliva. No comment).

La mia denuncia è soprattutto rivolta all’ufficialità del mondo dell’Arte. Si perché esiste un’Arte ufficiale e un’Arte non ufficiale. Quella ufficiale gode di tutti i benefici della visibilità e della storiografia, quella non ufficiale è sempre nascosta suo malgrado. Allora mi viene da pensare che se l’Arte ufficiale non risponde alle esigenze della società, vuol proprio dire che questa società è talmente vuota e imbarbarita che non può far altro che produrre vacuum e artisti altrettanto vuoti. Non sarà il caso di guardare l’arte non ufficiale? Bisogna aprire una nuova stagione dell’arte fatta di volti e cuori sinceri, non ancora corrotti.

La mia musa ispiratrice è una gran baldracca, "Il popolo italico".

 
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