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21 Ottobre 2020

Pubblicato il

La crisi non è tutta colpa della burocrazia

di Francesco Febbraro

Non convince che la perdità di competitività dell'Italia sia dovuta all'ecceso di burocrazia

Tra i talk show, divenuti sede unica del confronto politico, e i “caminetti”, dove ristrette cerchie elaborano idee e prendono le decisioni, al popolo, ridotto al ruolo di ascoltatore, non rimane molto più della pseudo partecipazione democratica dei “twit” e dei “mi piace”.

Accade così che passino, come verità incontestabili, affermazioni prive di riscontro. Come la convinzione che la perdita di competitività dell’Italia sia dovuta all’eccesso di burocrazia. Provo allora ad andare controcorrente. Non per negare le responsabilità della nostra burocrazia, proterva ed ottusa, ma per ricondurle nella loro giusta dimensione. Cominciando col chiedere aiuto a quello scrigno di conoscenza che è il dizionario.

Treccani, del termine burocrazia, offre tre definizioni:
a) il complesso dei funzionarî che, articolati in vari gradi gerarchici, svolgono nello Stato le funzioni della pubblica amministrazione; b) il potere assunto negli stati moderni dalla massa dei funzionarî, soprattutto come effetto del moltiplicarsi delle funzioni dello stato e degli enti pubblici; c) l’osservanza esagerata dei regolamenti. E aggiunge: nell’uso della parola, è in genere implicita un’allusione negativa.

Ma mentre la prima definizione è sostanzialmente positiva, perché riferita alla capacità dello Stato di organizzarsi e di strutturarsi per funzionare al meglio; la seconda e la terza alludono alla gestione del potere da parte degli uffici ed alla loro possibilità di condizionare le decisioni superiori.

Che i funzionari condizionino le decisioni politiche è una fantasia. Semmai è vero il contrario. La riforma della P.A. – che voleva separare il potere di indirizzo e controllo, affidato alla politica, dalla gestione, affidata agli uffici – è stata l’ennesima riforma “dimezzata”, perché ha lasciato ai politici il potere discrezionale di decidere le carriere dei dirigenti. Di “curricula” e “merito” tutti si riempiono la bocca, ma pochi li usano per riempire i posti chiave.

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Concentriamoci allora sulla terza definizione offerta dal dizionario: “osservanza esagerata – e degenerata, aggiungo io – dei regolamenti”. Ed è li che “sta il lepre”. Per fronteggiare una classe dirigente corrotta e famelica, intenta a demolire il sentimento di fedeltà allo Stato, ad impedire la libera concorrenza tra le imprese, a sottrarre trasparenza alle decisioni e ad organizzare clientele e “cricche”, la parte sana dello Stato – maggioritaria, ma non per questo più forte – ha messo in campo un meccanismo infernale. Un meccanismo di norme limitative del potere decisionale dei dirigenti e di strumenti di controllo efficaci solo nella parte ostativa. Tutele sovrapposte e concorrenti, che hanno reso inefficiente ed inefficace la pubblica amministrazione.

Un insieme pletorico di norme, aggrovigliate in migliaia di disposizioni, che anziché impedire la corruzione l’hanno favorita. Perché le norme, più sono numerose e più necessitano di interpretazione. E l’interpretazione è la madre potenziale della corruzione.

Il ripetersi ciclico degli scandali e l’emergere di organizzazioni tese all’arricchimento illecito di singoli e gruppi, ha completato il quadro, rendendo sospettabile chiunque, per il semplice fatto di appartenere all’Amministrazione pubblica. Questo è il sentimento popolare, ma anche quello degli organi inquirenti. Questo sistema di controlli, freni e veti insuperabili, anziché garantire la legalità si è rivelato come il migliore alleato dei corrotti, degli inetti e degli incapaci i quali, se non adeguatamente “sollecitati”, optano per lo scarico di responsabilità.

Sul versante opposto, i funzionari che sentono il dovere di essere al servizio della collettività, per raggiungere gli obbiettivi sono costretti ad assumere decisioni che li espongono a rischi insopportabili e ingiustificati. Insomma, i corrotti la fanno quasi sempre franca, mentre gli altri rischiano grosso. Questa è la realtà.

Dunque i controlli vanno ridotti o eliminati? Si deve correre questo rischio per ridurre le inefficienze? La semplificazione generalizzata delle procedure è la panacea di tutti i mali? Assolutamente no. E basta osservare i danni prodotti dalle scorciatoie del “silenzio assenso” per rendersene conto.

L’efficienza dello Stato poggia su cinque pilastri: onestà dei politici; capacità dei funzionari; regole semplici e chiare; controlli efficaci e snelli; certezza delle sanzioni. Su di essi poggiano i Paesi più civili. Ma da noi, per come viene selezionata la classe dirigente, per la confusa stratificazione normativa, per la farraginosa lentezza del sistema giudiziario, quei punti costituiscono la nostra debolezza.

Ma dobbiamo rimediare in fretta, se non vogliamo soccombere. Consolidare in tempi brevi tutti e cinque i pilasti è impossibile. Ma se riuscissimo a intervenire sulle regole e sui controlli saremmo già a buon punto. E basterebbe poco. Per la certezza delle regole basterebbe ridurre a testi unici, organici e coordinati, la tante leggi che si sono stratificate nel tempo. Magari accompagnandole con un “commentario”, che sciolga a monte gli eventuali dubbi residui, riducendo quasi a zero il potere interpretativo degli uffici.

Sul versante dei controlli, tanto numerosi quanto inefficaci, basterebbe eliminare i controlli preventivi che appesantiscono i procedimenti, delegando al cittadino o al suo professionista le attestazioni di conformità. Affidandosi esclusivamente ai controlli “a posteriori” resi più efficaci. Ciò che rende insopportabili i controlli è l’impossibilità del controllato di confrontarsi alla pari con il controllore. Per questo serve un giudice “terzo” e imparziale, diverso dal faticoso e lentissimo TAR. Un arbitro condiviso dalle parti al quale spetterebbe un giudizio inappellabile. Resterebbe salvo il diritto di ricorrere al TAR ma, in questo caso, il ricorso contro la decisone di un arbitro già condiviso dalle parti, diverrebbe molto più oneroso per il ricorrente, quindi non conveniente.

Basterebbe poi intervenire sulle lungaggini dei processi civili, chiudendo il cerchio, ma questo, per ora, appare più difficile.
Questo sistema sarebbe però inefficace senza l’immediatezza delle sanzioni. Sanzioni immediate, sia chiaro, significa anche il rischio di qualche errore. Ma basta prevedere un risarcimento altrettanto rapido, in caso di errore. Correremmo il rischio di qualche risarcimento in più, ma sarebbe un rischio inferiore a tutti gli altri che già corriamo, incluso quello di essere retrocessi alla serie B del mondo.

Questo impianto eliminerebbe la corruzione dei troppi controlli “a monte”, che si alimenta della necessità dell’imprenditore di azzerare il “ fattore tempo” e renderebbe pressoché impossibile la corruzione nei controlli successivi. Ma forse è proprio questo che non vogliono coloro che preferiscono nascondersi parlando solo di “eccesso di burocrazia".

 
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