Religione, Natività di Giovanni Battista

Il brano odierno (Lc. 1, 57-66) scelto per la festa (natività) di San Giovanni Battista contiene tre unità: Elisabetta che dà alla luce il figlio Giovanni e l’esultanza dei vicini e dei parenti per la misericordia che il Signore ha avuto per lei; il nome da dare al neonato il giorno della sua circoncisione; Zaccaria che ricupera la parola e loda Dio.

Il cuore del brano è nella imposizione del nome, e nella missione a lui affidata. La domanda: “Che sarà mai questo bambino?” (v. 66) trova la sua risposta anticipata nell’annuncio dell’angelo Gabriele: “Tua moglie Elisabetta ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno per la sua nascita” (vv. 13-14).  Il vocabolario delle relazioni familiari viene in qualche modo negato: Zaccaria non gli dà il suo nome e nel suo cantico (Benedictus) lo chiama non “figlio” ma “bambino”; e anche in funzione della missione profetica di Giovanni: difatti vive nel deserto, non nella sua casa, e sembra non avere infanzia.

A sua volta tale missione è subordinata al contenuto dell’annuncio che Giovanni deve comunicare, e questo si qualifica come annuncio di salvezza. Ciò si vede anche in Zaccaria, che alla nascita del figlio recupera la parola. Con la nascita del Precursore comincia l’annuncio della salvezza che poi verrà portata da Cristo. Infatti Zaccaria dirà nel suo canto: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati” (vv. 76-77).

Il superamento dei legami familiari a favore della missione profetica

Questo superamento viene confermato dal fatto, che anche in relazione al sacerdozio di Zaccaria, Giovanni presenta una discontinuità: egli porta un nome diverso da quello del suo lignaggio, vive in un luogo, il deserto, che è più appropriato alle figure profetiche (in particolare al profeta Elia, intravisto nelle parole dell’angelo Gabriele a Zaccaria) anziché a quelle sacerdotali. La sua nascita inoltre fa sì che anche suo padre si trasformi in un profeta, annunciando la missione del figlio.

Dal tempio, dal sacerdozio, dall’appartenenza familiare si passa al deserto, alla missione profetica, all’annuncio della salvezza. Giovanni, il cui nome significa “Favore, dono grazioso di Dio”, comincia già a incarnare, a partire dalla sua nascita e dal momento della sua circoncisione e imposizione del nome, la missione a lui affidata, di annunciare una salvezza che va oltre il tempio, il sacerdozio, la famiglia e il popolo. Egli prepara la manifestazione del dono definitivo di Dio, il Figlio, che liberando tutti dalla loro comune malattia mortale, il peccato, fonda in sé una famiglia e una salvezza nuova, aperta a tutti i popoli.

Giovanni è sulla linea di confine: eredita l’antica Alleanza e annuncia l’Alleanza nuova, testimoniando l’ingresso personale del Figlio di Dio nella storia umana. A coloro che accorrono al Giordano, il Precursore chiede con durezza di “preparare la strada” al Messia, ma c’è nelle sue parole qualcosa di ancora provvisorio e incompiuto. Se, infatti, la folla che si assiepa attorno a lui fosse capace di quella conversione che Giovanni esige, che bisogno ci sarebbe di Colui che giunge per “togliere i peccati del mondo”?

Quando anche Gesù si presenta al Giordano, è evidente lo sconcerto del Precursore che vorrebbe impedirgli di farsi battezzare. Chiedendo il battesimo, Gesù non soltanto non aggiunge i suoi divini rimproveri a quelli terribili di Giovanni, ma sceglie di appartenere alla massa dolorante dei peccatori. Il cielo sta per aprirsi e il Padre celeste sta per far sentire la sua voce, e Gesù vuole che il suo amoroso riconoscimento non scenda soltanto su di lui, ma su tutti quei poveri figli peccatori e perduti di cui egli, pur essendo un innocente, ha voluto condividere la sorte.

Non è facile immaginare con quale paziente e interiore lavorio di fede il Precursore abbia dovuto mettere assieme gli elementi essenziali del suo annuncio: preparare la difficile strada nel deserto, l’umile battesimo d’acqua ma già segno di un più ardente battesimo di fuoco, udire la voce felice del Padre che riconosce suo Figlio e vedere lo Spirito discendere su di lui.

Solo così Giovanni ha potuto annunciare al mondo: “Io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv. 1, 34). Per indicare alla folla il Messia Salvatore ha dovuto, lui per primo, “convertirsi” all’ineffabile disegno del Padre che voleva riconoscere suo Figlio in mezzo ai peccatori che chiedevano di essere battezzati, quasi agnello sovraccaricato delle colpe del mondo. “Conviene che così adempiamo ogni giustizia”, gli aveva detto Gesù per vincere le sue obiezioni, lasciando certo nell’anima di Giovanni molti interrogativi su quella inaudita “giustizia” che il Padre esigeva.

E ci sono nel Vangelo altri due momenti in cui ci è dato percepire il lavorio della grazia nell’anima del Precursore. Il primo fu quando gli dissero che “tutti andavano da Gesù” e Giovanni rispose con umile dolcezza: “Non sono io il Cristo! Bisogna che egli cresca e io diminuisca”. E poi, la sua condanna dell’adulterio del re Erode segna il vertice e la fine della sua predicazione. Il Precursore si trovò così “legato e incarcerato”, costretto a ricevere solo rare e incerte notizie sul ministero di Gesù, al punto che gli aveva mandato dei messaggeri per chiedergli se era proprio lui il Messia o si doveva aspettarne un altro. Gesù gli risponde con la descrizione della salvezza che egli stava donando a tutti coloro che la desideravano e annunciando a Giovanni la “beatitudine suprema”, quella di chi sceglie di affidarsi: “Beato chi non si scandalizza di me!” (Mt. 11, 4-6).

Bibliografia consultata: Tosolini, 2018; Sicari, 2018.