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11 Giugno 2021

Pubblicato il

Cosa c'è dietro?

Selfie estremi, ogni anno centinaia di persone perdono la vita per una foto

di Massimo Benedetti

Una vera emergenza, ma perché siamo disposti a rischiare così tanto?

Selfie estremi

Selfie estremi, ancora una tragedia dietro il tentativo di scattare uno scatto “originale”. Un trentunenne a cavalcioni sul parapetto di Ponte Garibaldi, in pieno centro a Roma, perde l’equilibrio davanti a gli occhi dei suoi amici e precipita sulla banchina sottostante. Immediati i soccorsi e delicatissimo l’intervento al quale l’uomo è stato sottoposto nel tentativo di strapparlo alla morte.

Selfie estremi, una vera emergenza


Una vera e propria emergenza quella dei selfie estremi che vede numeri drammatici ogni anno tra morti e gravi lesioni fra i più giovani, ma non soltanto. Nel 2019 si sono contate circa 300 vittime riconducibili a tale pratica e migliaia i feriti che spesso riportano gravi traumi.
Dietro questa pratica, ormai diffusa in tutto il mondo, sembra esserci la condivisione del post sui diversi social e di rimando il numero di like che si possono riscuotere.

Da uno studio dell’osservatorio sui minori risulterebbe che un giovane su dieci, ha almeno una volta sfidato la sorte scattando un selfie in condizioni estremamente pericolose o quanto meno estreme.

Alcuni parlano di moda, altri di sfide, resta il fatto che le motivazioni sottostanti devono essere osservate e analizzate per poter prevenire certi comportamenti e non affrontarli solo quando la cronaca li riporta alla luce.


Per far questo dobbiamo innanzitutto leggere nei bisogni che si celano dietro il grande desiderio di essere riconosciuti dagli altri e  l’ importanza che i nostri giovani  gli riferiscono, fino a capire quanto sono disposti  a rischiare  per quel pollice verso l’alto o per quel numero di visitatori che scorre in basso.

Gli episodi recenti, sui vagoni e tra i binari dei treni

Solo qualche mese fa la cronaca ci ha raccontato di un altro giovane che per rendere accattivante il suo scatto, è salito sui vagoni di un treno fermo in stazione ed è rimasto folgorato dai cavi dell’alta tensione.

O ancora del gruppetto di giovani adolescenti, fra i 13 e 14 anni, sorprese sui binari intente a scattare una foto con il treno in arrivo alle loro spalle.
Il fenomeno ormai dilaga,  così come le situazioni che vengono scelte per lo scatto o il filmato da postare ed essere condiviso. L’altezza, la velocità, la precarietà di un appiglio o il salto impossibile sono fra i più gettonati nella dimensione della sfida social.

Ma cosa c’è dietro tutto questo?

Noia, inconsapevolezza, voglia di apparire o desiderio di vivere con adrenalina il momento? Sicuramente tutto questo,  ma ancora una volta non possiamo escludere dall’analisi del fenomeno il valore irrisorio che i giovani danno alla vita.

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Una generazione fluida che con enorme automatismo sa entrare ed uscire dalla dimensione virtuale dei social e che il più delle volte sa riconoscere a sua volta il contesto della realtà quotidiana, ma che purtroppo è sempre più soggetta a tale connivenza tanto da divenirne vittima. Ecco allora che le due dimensioni si sovrappongono e diviene complicato scinderle o riconoscerne le regole. Ecco allora la disumanizzazione dell’essere che non riesce più ad identificare  il “se stesso reale “dal proprio “avatar “ fatto di un semplice account.

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E’ in questa equazione sottile e sfuggente che la psiche perde il controllo divenendo vittima di un algoritmo che impoverisce il valore della vita e la sua unicità.

Tutto allora diventa riprogrammabile, proprio come i video dello smartphone che puoi far tornare indietro o mandare avanti per rivederli, o come le vite dei vecchi video giochi in cui alla morte del “Pack man” di turno appariva la scritta “Insert coin”,  e tutto ricominciava.

Anche in questa nuova modalità “Virtualrealty” dobbiamo ricercare il significato intrinseco di certi comportamenti, nel tentativo di prevenirli e non solo di condannarli, quando ormai è troppo tardi.

 
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