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03 Agosto 2021

Pubblicato il

Intercettazioni inedite

Udienza omicidio Sacchi. Faccia a faccia tra De Propris e Del Grosso, chi dei due mente?

di Redazione
Il Padre di Luca, Alfonso Sacchi: "Nessun perdono, spero che i giudici diano l'ergastolo"
Alfonso Sacchi all'uscita dall'aula bunker di Rebibbia

Spaccatura tra le difese di Valerio Del Grosso e Marcello De Propris, nell’udienza che si è svolta ieri 15 giugno. Il processo che li vede entrambi imputati in corte d’assise a Roma per l’omicidio di Luca Sacchi avvenuto il 23 ottobre 2019 nel quartiere Colli Albani.

Spaccatura tra le difese di Del Grosso e De Propris

All’esame della corte, chiamato dalla pubblica accusa, si è sottoposto oggi Del Grosso, il giovane che materialmente, quella sera, decise di trasformare una compravendita di droga in rapina e che materialmente, secondo l’accusa, ha esploso un colpo di pistola uccidendo il 24enne.

Quella pistola gli era stata data, oltre alla fornitura di 15 chili di marijuana che avrebbe dovuto vendere al costo di 70mila euro, da Marcello De Propris, il quale però, nel corso del suo esame, non aveva negato il suo coinvolgimento nella compravendita di droga, neanche di aver dato l’arma a Del Grosso, ma che gliela aveva data scarica e al fine di venderla.

“La pistola era carica. Io neanche sapevo dove andare a prendere i proiettili”, ha detto oggi in aula Del Grosso aggiungendo che De Propris sapeva perfettamente che la pistola sarebbe servita per compiere la rapina. Una dichiarazione che pone De Propris in una posizione di concorso pieno nell’omicidio di Luca Sacchi e la reazione della sua difesa sostenuta dall’avvocato Gianluca Ciampa, non si è fatta attendere.

Il legale ha infatti inoltrato alla corte la richiesta di un confronto diretto tra i due imputati: un faccia a faccia per tentare di capire chi dei due mente. Ma non solo.

Le incongruenze sullo sparo: accidentale o per spaventare?

Ciampa ha anche fatto istanza alla corte di acquisire una intercettazione ambientale registrata nel carcere di Regina Coeli due settimane dopo l’omicidio, in cui Del Grosso parlando con un altro detenuto in attesa di incontrare i suoi familiari, ha detto di non volerlo “pigliare, ma quello si è mosso altrimenti non lo prendevo.

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Ho sparato per fargli sentire la botta”. Il riferimento è, ovviamente, a Luca Sacchi e quanto detto in quella circostanza non collima con quanto detto oggi, e cioè che il colpo di pistola assassino sarebbe partito accidentalmente dopo aver inciampato.

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Una intercettazione ambientale che non è agli atti del processo in corso.

In quella intercettazione fatta il 6 novembre 2019 nel carcere di Regina Coeli, Del Grosso è in una saletta con un altro detenuto e nella trascrizione che “Agenzia Nova” ha potuto visionare, si legge che il compagno di cella dice a Del Grosso: “Gli hai sparato” e Del Grosso risponde di aver visto Sacchi “cascare per terra”. Il personal trainer era impegnato in una colluttazione “con l’amico mio, io” ho sparato “per spaventarli. Per fargli sentire la botta”. L’altro detenuto gli contesta che “per spaventarli avrebbe potuto anche sparare per aria”; e Del Grosso: “Per carità di Dio. Però lì per lì s’è accasciato per terra. Manco ho capito dove l’ho preso. Il giorno dopo sul telefono ho letto” la notizia di dove fosse arrivato il colpo che ha ucciso Luca”.

Alfonso Sacchi: “Nessun perdono”

Intanto oggi Valerio Del Grosso pur sapendo di non poter ottenere il perdono “si è scusato con tutti familiari e con tutte le persone che volevano bene a Luca”. Lo ha detto l’avvocato Alessandro Marcucci suo legale. “Il mio assistito non si è sottratto a nessuna domanda. Ha ribadito che all’epoca dei fatti, faceva uso di psicofarmaci. Poi ricostruendo quanto accaduto ha ribadito di essere inciampato e di aver fatto partire il colpo per sbaglio”. Una richiesta di perdono rispedita al mittente da Alfonso Sacchi, il padre della vittima.

“Non perdono nessuno: né Del Grosso, né Pirino, nessuno” ha detto l’uomo che nel processo, insieme alla moglie e all’altro figlio è parte civile assistiti dai legali Armida Decina e Paolo Salice.

“Mio figlio non c’è più. Non li perdono”. Io darei la vita per riavere mio figlio. Io spero che i giudici prendano la cosa come va presa, come è stata presa per il caso del carabiniere Cerciello Rega: l’ergastolo, spero che sia così”.

 
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