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02 Luglio 2020

Pubblicato il

L'intervista per ricordarlo

Guglielmo Mollicone, Pino Nazio: “Trasformava il dolore in coraggio”

Il giornalista e amico di Guglielmo Mollicone: "Delitto incredibile, si conoscono molti elementi ma il relativo processo non riesce a farli emergere"

Pino Nazio con la figlia del brigadiere Santino Tuzi e Guglielmo Mollicone
Pino Nazio con la figlia del brigadiere Santino Tuzi e Guglielmo Mollicone

Ieri, 31 maggio, è scomparso Guglielmo Mollicone, il padre di Serena Mollicone, la ragazza uccisa ad Arce 19 anni fa. Proprio il 1 giugno di 19 anni fa uscì di casa e non rientrò mai più. Venne trovata cadavere avvolta in buste di plastica nel vicino bosco dell’Anitrella. Abbiamo intervistato Pino Nazio, sociologo, giornalista, collaboratore Rai e scrittore, amico personale di Guglielmo Mollicone, con il quale ha organizzato e svolto diverse iniziative contro la violenza sulle donne. Sull’omicidio di Serena Mollicone ha scritto “Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce”.

“Ho conosciuto Guglielmo Mollicone in studio a Chi l’ha visto, lì avvenne la nostra conoscenza diretta con lui,ma non mi sono occupato personalmente del caso Arce per questa trasmissione. Qualche anno dopo, avendo mantenuto i contatti e ottimi rapporti con lui, decisi di scrivere un libro sulla drammatica vicenda di sua figlia perché mi aveva colpito molto. Mi aveva colpito soprattutto il meccanismo di questo caso: caso del quale si conoscevano molti elementi ma che il relativo processo non aveva fatto emergere. Uno di quei casi in cui verità storica e verità giuridica non riescono ad allinearsi.

All’epoca Carmine Belli, il carrozziere di Arce, era stato assolto dopo tre gradi di giudizio, ne uscì completamente innocente. E da quel momento, ma anche prima, Mollicone aveva iniziato a raccontare un’altra verità collocando la scomparsa di Serena nella caserma di Arce. Prima ancora che arrivasae la conferma del Brigadiere Santino Tuzzi, che poi si suicidò dopo aver raccontato al magistrato il fatto che Serena Mollicone il giorno della scomparsa fosse andata in caserma presentando una denuncia.

Lui chiamò l’abitazione del maresciallo Mottola e rispose una voce maschile che non ha mai dichiarato a chi appartenesse. Se del figlio o padre. L’uomo la fece salire, da quel momento scomparve. Il padre da allora ha sempre puntato il dito contro la caserma e la famiglia Mottola. E non lo fece in modo esclusivamente teorico, ma trovò anche degli elementi specifici. Pensiamo ad esempio alla porta come arma del delitto. Uno degli elementi che solo dopo anni è stato confermato dalla magistratura. Io stesso li avevo già inseriti nel mio libro “Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce”.

Il libro l’ho scritto andando a trovare lui, che non si spostava con molta facilità. Aveva una bellissima automobile che aveva comprato poco prima della scomparsa della figlia ma che forse per lui non aveva più senso usare senza la sua Serena.

Eppure si spostava sempre quando c’era la possibilità di fare qualcosa per la sua causa. Con lui sono stato a Roma per presentare il mio libro alla fiera del Libro all’Eur, con Mauro Valentini e Giuseppe Pizzo della redazione di Chi l’ha visto. Siamo andati a Narni alla facoltà di criminologia, per un incontro che fu commoventissimo. Cinque anni fa ci fu una manifestazione contro la violenza sulle donne a Roma dedicata a Serena, organizzata dalla cugina e coordianata da Luisa Carducci. Io feci il mio intervento. Mollicone aveva avuto un malore. Era un cuore forte nella volontà ma il dolore incideva sul suo corpo. Durante il funerale di Serena le aveva promesso verità e giustizia e per questo si battè fino allo stremo. Aveva trasformato il dolore e il lutto in coraggio.

Guglielmo Mollicone sentiva certamente la missione di dare verità e giustizia alla figlia ma ha sublimato la sua battaglia personale in altri due impegni sociali: la lotta alla droga e la lotta alla violenza sulle donne. La lotta alla droga perché Serena era fidanzata con un ragazzo di un paese vicino e lei temeva che fosse coinvolto in un giro di droga. Per questo aveva minacciato il figlio del maresciallo di denunciarlo perché secondo Serena spacciava. E sembra che sia questo quello che Serena fece nella caserma da dove non è uscita viva”.

 
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