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15 Maggio 2021

Pubblicato il

Religione, “Chi si umilia sarà esaltato”

di Redazione

di Il capocordata

Lungo il cammino che lo condurrà a Gerusalemme, Gesù prende una pausa per fermarsi a pranzo in casa di un capo dei farisei (Lc. 14, 1.7-14). Gesù aveva avuto modo di confrontarsi spesso con i farisei e con essi erano emerse parecchie tensioni, soprattutto in merito al suo atteggiamento nei confronti della Legge e all’autorità con la quale egli aveva operato miracoli e proferito insegnamenti.

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 “Avvenne che un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare…Diceva agli invitati” (vv. 1.7): l’espediente del discorso tenuto durante un pasto non era certo sconosciuto alla letteratura greca (cfr. il Simposio di Platone). Luca utilizza più volte tale modello letterario, facendo pronunciare a Gesù alcuni insegnamenti fondamentali per comprendere il significato della sua missione. E’ importante notare che la maggior parte di questi pasti avviene in casa di farisei, a stretto confronto con alcuni membri eminenti del gruppo religioso, forse perché, nonostante le tante divergenze, Gesù scorgeva comunque la possibilità di ristabilire un dialogo, dal momento che su molte questioni religiose la distanza non era incolmabile.

Tuttavia, va riconosciuto che l’atteggiamento riservato dai farisei nei confronti del Maestro in questo passo non è molto benevolo; il fatto che essi stessero a osservarlo indica che lo tenevano sotto controllo, forse per verificare che non infrangesse la regola del sabato, con la segreta speranza di coglierlo in fallo: “ed essi stavano ad osservarlo” (v. 1). In ogni caso, la parabola che Gesù pronuncia non è immediatamente legata alla polemica con i farisei, ma scaturisce dall’osservazione attenta del loro comportamento da parte di Gesù: “diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti” (v. 7). La parabola permette a Gesù di formulare un insegnamento che, sebbene scaturisca da una circostanza concreta, mantiene comunque un valore universale.

Oggetto del biasimo del Maestro è il modo di comportarsi di quei notabili che, in nome del proprio “status” sociale, vogliono accaparrarsi sempre i primi posti, umiliando i più poveri e relegandoli agli ultimi posti. Con un pizzico di amara ironia Gesù invita i suoi uditori ad assumere un atteggiamento umile, per evitare la disdicevole figura di dover cedere il proprio posto a chi è più importante.

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Trattandosi di una parabola, è ovvio che essa rimandi indirettamente a tutte quelle situazioni della vita in cui emergono i protagonismi, le invidie, le gelosie e le rivalse, tutti atteggiamenti profondamente antievangelici, eppure sempre attuali. In fondo la parabola narrata da Gesù riflette la sua stessa esperienza terrena: quando egli venne nel mondo, per lui non c’era posto nell’alloggio, e così dovette insediarsi tra i poveri e gli ultimi. I discepoli sono perciò invitati a scegliere gli ultimi posti, almeno fino a quando il padrone di casa non si rivolgerà loro per dire: “Amico, vieni più avanti” (v. 10).

Il lettore del Vangelo sa bene quanto gli stessi seguaci di Gesù faticheranno a comprendere e mettere in pratica tale insegnamento, eppure il Maestro insisterà per ricondurli sulla retta via, anzitutto con il suo esempio personale. La parabola si conclude con un detto proverbiale che chiama in causa l’agire stesso di Dio: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (v. 11). Si tratta, in entrambi i casi, di passivi divini, verbi coniugati al passivo il cui soggetto, non specificato, è Dio, a conferma del fatto che nulla passa inosservato dinanzi a Dio.

Gesù poi prosegue rivolgendosi al padrone della casa, pronunciando ancora una volta un insegnamento che assume un valore universale. Ancora una volta il Maestro invita a non cedere alla tentazione del successo, dell’apparenza, delle amicizie “importanti”, perché tutte queste relazioni sono costruite sulla logica del “contraccambio”, del “do ut des”, e non sulla gratuità, atteggiamento particolarmente raccomandato dal vangelo. Certamente tale insegnamento è sconvolgente: cosa c’è di più normale, legittimo e gratificante che amare coloro che ci amano e frequentare coloro che ci fanno sentire a nostro agio?

Gesù scardina tale logica mondana, basata sostanzialmente sulla gratificazione immediata, e propone a coloro che lo riconoscono come Maestro uno stile di vita rigoroso, improntato alla gratuità assoluta rivolta soprattutto ai più emarginati, a coloro, cioè, che in nessun modo saranno in grado di ricambiare le attenzioni ricevute: poveri, storpi, zoppi, ciechi.

Certamente l’adesione sincera agli insegnamenti di Gesù comporta una notevole dose di sacrificio e abnegazione, ma non si tratta di uno sforzo fine a se stesso. Una ricompensa, dice Gesù, ci sarà, solo che non proverrà dagli uomini, ma da Dio e avrà il carattere definitivo della beatitudine eterna: “Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (v. 14).

Le pratiche sociali ci inducono a fare un regalo agli amici quando cade il loro compleanno. Sappiamo bene che faranno lo stesso quando arriverà la nostra festa. Così invitiamo a pranzo o a cena persone che a loro volta ci apriranno la loro casa. Anche quando aiutiamo qualcuno, offrendogli parte del nostro tempo, siamo certi che farà la stessa cosa per noi, quando ci troveremo in un’emergenza. Quello che tu, Signore, ci fai intravvedere in effetti è ben altro: aiutare poveri che non possono ricambiare, fare un piacere senza pensare a come l’altro si sdebiterà, dare una mano, paghi solamente di aver aiutato qualcuno a venirne fuori.                                       

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Bibliografia consultata: Gennari, 2019; Laurita, 2019.

 
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