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17 Aprile 2021

Pubblicato il

Suicidio assistito, la sentenza “radicale” della Consulta

di Mirko Ciminiello

Per gli ermellini non sono punibili casi (estremi) come Dj Fabo, ma a fare eccezioni sul fondamentale diritto alla vita ci rimetteremo tutti

C’è una sottile distinzione tra eutanasia attiva (la somministrazione di un farmaco atto a dare la morte), eutanasia passiva (sostanzialmente la sospensione delle cure, se non fosse che ultimamente si considerano tali anche nutrizione e idratazione) e suicidio assistito (con cui si forniscono a chi vuole lasciare questo mondo i mezzi per poterlo fare).

Agevolare quest’ultimo, fino a ieri, era punito dall’articolo 580 del codice penale, che prevede(va) per il reato di istigazione al suicidio la reclusione da cinque a dodici anni. Fino a ieri, appunto, quando la Corte Costituzionale ha stabilito che non è punibile, «a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli».

Una sentenza radicale, sia nel senso che è una decisione estrema, sia perché strizza l’occhio alle posizioni del partito che fu di Marco Pannella e ora è (almeno informalmente) di un altro Marco, Cappato. Proprio lui, che aveva sollevato la questione autodenunciandosi per il caso di Dj Fabo, ha esultato dicendo che ora siamo tutti più liberi.

La libertà, in effetti, è un tratto dirimente del pronunciamento della Consulta, ma il modo in cui viene declinata desta delle perplessità: per esempio, può essere considerata davvero libera una volontà espressa nelle condizioni di una grave patologia?

Può sembrare un sofismo ma, in molti casi, le cause del dolore sono in buona parte psicologiche, e potrebbero forse essere rimosse (o almeno attenuate) dal supporto, dalla vicinanza, dal calore umano – non certo assecondando dei pensieri che magari derivano da momenti di particolare sconforto. La Cei, per esempio, ha sottolineato il rischio che soggetti fragili possano arrivare a «ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità».

Tralasciando il fatto che quelle dei Vescovi sono lacrime di coccodrillo (non si ricordano, infatti, loro nette prese di posizione quando i Governi “amici” facevano strame dei valori non negoziabili), la china che si prospetta è esattamente quella da loro paventata. Lo dimostrano i casi di altri Paesi che hanno legalizzato forme di eutanasia e/o suicidio assistito, quali Belgio, Olanda, Regno Unito, Canada. I paletti fissati dagli ermellini si potranno facilmente aggirare in nome del principio di uguaglianza e non discriminazione. Finché non si arriverà al punto in cui lo Stato stesso potrà decidere, almeno in certi frangenti, di sopprimere alcune vite anche contro la volontà loro o dei loro familiari. È il principio del piano inclinato, illustrato tra l'altro (in un senso completamente diverso) da Aldo, Giovanni e Giacomo nel film Chiedimi se sono felice.

I togati hanno comunque lanciato la palla al Parlamento (ricordandosi almeno di Montesquieu e della separazione dei poteri), auspicandone un intervento sul fine vita. La maggioranza rosso-gialla è già all’opera – vedremo in che direzione. Ma non si può dimenticare che, se si iniziano a fare delle eccezioni sul diritto alla vita, il primo di tutti i diritti, quello fondamentale da cui discendono tutti gli altri – tutti finiremo per rimetterci, e in particolare i soggetti più deboli che più facilmente possono essere plagiati.

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Una legge ideale dovrebbe piuttosto agevolare la ricerca scientifica, investire nelle terapie (anche del dolore), nelle cure palliative, in modo da poter accompagnare i pazienti nell’ultimo tratto delle loro esistenze preservandone intatta l’inviolabile dignità. Perché è la sofferenza che andrebbe abolita: non il sofferente.

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Foto dalla pagina Facebook di Marco Cappato

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