Trasfigurazione radiosa

La rivelazione sul monte

Con un istinto molto sicuro, la liturgia della Quaresima propone il mistero della Trasfigurazione di Gesù (Mc. 9, 2-10) alla contemplazione del fedele che sale lentamente verso la festa di Pasqua, cioè verso i misteri della Passione e della Risurrezione, i quali, apparentemente slegati, si fondono in profondità in uno solo.  I vangeli vedono in questo avvenimento un momento critico e decisivo del ministero di Gesù in cammino verso la Passione. Gesù, dopo aver predetto ai discepoli le sue sofferenze e la morte a cui va incontro, vuole confermare la fede dei dodici: anzi, Dio stesso rivela loro, sia pur fugacemente, la gloria del Figlio suo. L’episodio della trasfigurazione rappresenta un momento così glorioso e misterioso della vita di Gesù che si rende necessario un approfondimento per comprenderne il significato esatto.

La trasfigurazione giunge al momento cruciale in cui Gesù, che ha avvertito le reticenze dei capi religiosi e l’indifferenza della folla, ma è stato riconosciuto come messia da Pietro e dai discepoli, rivela loro che la sua glorificazione consisterà in una risurrezione dopo la sofferenza e la morte. Lo scopo della trasfigurazione è di anticipare agli occhi dei discepoli la gloria dell’ultimo giorno condensata in quel Gesù che vive quotidianamente con loro. Essi devono ascoltare e seguire Gesù lungo la strada che sale a Gerusalemme, verso la gloria attraverso la croce.

La trasfigurazione secondo Marco (9, 2-10)

Nell’esposizione del racconto Gesù prende in disparte i suoi tre intimi per condurli su un alto monte: il monte alto è una località preferita per la manifestazione di Dio, ma non può essere meglio identificato e ricorda il monte di Dio del Sinai. Sul monte Gesù viene trasfigurato dinanzi ai discepoli.

Interrogandoci sulla storicità dell’avvenimento faremo attenzione su tre particolari: la proposta di fare tre capanne (v. 5), l’indicazione cronologica dei sei giorni e l’alto monte (v. 2).  La proposta di Pietro risulta a sproposito se non la collochiamo nel quadro storico e tematico della festa dei Tabernacoli, che prolungava il ricordo dei quarant’anni passati da Israele nel deserto, sotto la tenda, al servizio del Signore e avvolti da una nube splendente. I giudei hanno conservato la nostalgia di questa vita nomade e l’hanno cristallizzata nella festa dei Tabernacoli che durava una settimana.

La festa dei Tabernacoli, celebrata sei giorni dopo la festa dell’Espiazione, era diventata una intronizzazione di Jahvé: questa festa potrebbe essere la cornice concreta della trasfigurazione. Il settimo giorno della festa Gesù avrebbe compiuto l’ascensione su un alto monte, mantenendo le distanze da un messianismo politico e qui viene illuminato e confortato dal cielo. Felice di vedere il cielo aprirsi sulla montagna e sperimentando un’anticipazione della beatitudine celeste, Pietro vuole localizzare il mistero, prolungare l’istante benedetto e fissare per sempre la storia. Col voler trattenere la beatitudine celeste il discepolo si difende nuovamente dalla necessità della sofferenza. Tentazione magica, proposta assurda: Gesù lo dissuade, bisogna ridiscendere nella pianura, incamminarsi verso Gerusalemme e verso la Pasqua che inaugurerà il tempo ultimo e definitivo.

Il cielo aperto

L’apparizione della nube e la voce di Dio che esce da essa assolvono una duplice funzione. Esse spiegano la trasfigurazione di Gesù e sono la risposta divina alla reazione di Pietro. “Una nube…li avvolse nell’ombra” (v. 7): la nube è lo sfondo su cui Gesù appare trasfigurato; di là escono Elia e Mosè per conversare con Gesù e di là ancora si fa udire la voce del Padre. La nube è il simbolo della presenza di Dio e della prossimità del mondo celeste. Su questa nube si rivela in Gesù il Figlio dell’uomo trasfigurato. Marco si limita a descriverlo dall’aspetto delle vesti: divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. Non si tratta di un bianco naturale, il linguaggio umano si trova imbarazzato a descriverlo e Marco si compiace di sottolinearlo. La trasfigurazione non è il risultato di uno sforzo umano, Dio ne è l’unico attore. E’ lui che porta a compimento le speranze che tutto il popolo si attendeva. Elia e Mosè, apparsi al fianco di Gesù, occupano un posto di tutto rilievo nel breve racconto della visione: il primo rappresenta tutti i profeti e il secondo la Legge.

Parola di luce

La parola celeste del Padre dà il significato al racconto della Trasfigurazione: “Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!” (v. 7). La parola, strumento di rivelazione più trascendente della visione, ne rappresenta il nucleo essenziale. La voce proclama l’intimità filiale di Gesù col Padre e insinua la sua preesistenza divina: ormai i credenti dovranno ascoltare soltanto Gesù, che è l’unico mediatore della nuova alleanza dove vengono integrati Elia, Mosè e tutti i profeti. In lui i discepoli ascolteranno il Figlio di Dio; ricorderanno le sue parole riguardo alle sofferenze che conducono alla gloria e mediteranno le tappe misteriose della salvezza che Gesù rivela loro. Col discorso di Dio Gesù viene costituito, intronizzato nel suo ufficio. Lo splendore che lo circonda manifesta la sua vicinanza a Dio.

Il mistero della trasfigurazione

Al termine della sua trasfigurazione, come già in altre occasioni del vangelo di Marco, Gesù impone ai discepoli il segreto: “…ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (vv. 9-10). Gesù si era sempre sforzato ti tener nascosta la sua dignità messianica e divina fino al momento della sua Pasqua. La rivelazione segreta del messia esige una lenta iniziazione, e il mistero centrale della trasfigurazione ne fornisce il simbolo: visione riservata a pochi discepoli scelti isolati sulla montagna, ingiunzione celeste di ascoltare solo il Figlio; e, infine, ordine di mantenere segreta la rivelazione. I discepoli si arenano sulla morte attraverso la quale Gesù dovrà passare. Il messia dovrà scendere nella morte prima di risorgere? Marco ha posto in evidenza questa mancanza di intelligenza degli apostoli in tutto il suo libro.                                                                   

Bibliografia consultata: Coune, 1973; Gnilka, 2007.

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