E la donna creò l’uomo: l’ultima lettera d’amore di Mughini a Brigitte Bardot, morta a 91 anni

Mughini non la idealizza nel modo facile. La ama con una specie di lucidità sensuale: la osserva come si osserva un incendio, sapendo che illumina e brucia
Di Francesco Vergovich
Brigitte Bardot
Brigitte Bardot

Brigitte Bardot se n’è andata oggi, 28 dicembre 2025, a 91 anni. La notizia è stata diffusa dalla Fondazione che porta il suo nome: B.B. si è spenta nella sua casa nel Sud della Francia, a Saint-Tropez, il luogo che più di ogni altro aveva finito per assomigliarle: appartato, luminoso, guardingo, irriducibile.

E se c’è un libro italiano che oggi sembra scritto con l’inchiostro caldo dell’urgenza — pubblicato da Mondadori nel 2006 — è E la donna creò l’uomo. Lettera d’amore a B.B. di Giampiero Mughini. Non è una biografia, non è un saggio “in ordine”, non è nemmeno un omaggio composto: è una dichiarazione. Di quelle che non chiedono permesso.

Mughini prende Bardot e la mette dove, secondo lui, è sempre stata: in un punto di rottura. Un prima e un dopo. Un varco. Una crepa nella parete del costume.

Dentro quella “lettera” c’è l’idea che Bardot non abbia soltanto incarnato un’epoca, ma l’abbia accelerata. Un modo di stare al mondo — femminile e insieme spietatamente libero — che ha finito per cambiare anche lo sguardo maschile, costringendolo a rincorrere, a ridefinirsi, a perdere il controllo. È qui che il titolo smette di essere una provocazione e diventa una tesi: non “Dio creò la donna”, ma la donna — questa donna — “creò” l’uomo, cioè lo mise in crisi, lo trasformò, lo fece nuovo e più fragile.

Non a caso, Mughini lega Bardot a una Parigi che ribolle: gli anni Cinquanta come laboratorio febbrile, dove nascono luoghi e libri che cambiano il desiderio occidentale. Il Crazy Horse, Bonjour tristesse di Françoise Sagan, Histoire d’O, il mito di Lolita: un clima in cui innocenza e seduzione diventano la stessa cosa, e la ragazza “acerba” smette di essere soltanto un’età per diventare una figura culturale. Mughini la chiama, con un’espressione che punge, “liceal-lolita”.

Bardot, in questo racconto, è la sintesi vivente di quel corto circuito: non la femme fatale classica, non la diva inarrivabile, ma qualcosa di più destabilizzante — una presenza che sembra dire: posso essere desiderata senza appartenervi. È il “brigidismo”, come lo definisce il libro: un fenomeno che non riguarda solo lei, ma gli effetti “irreversibili” su femminilità e virilità.

Il punto, però, è che Mughini non la idealizza nel modo facile. La ama con una specie di lucidità sensuale: la osserva come si osserva un incendio, sapendo che illumina e brucia. E, pagina dopo pagina, Bardot appare come un paradosso che non si lascia domare: la ragazza che fa esplodere la morale e, nello stesso tempo, la persona che fugge dalla macchina dello spettacolo.

Perché Bardot, nella vita reale, a un certo punto se ne va davvero: si ritira dal cinema nel 1973 e sceglie un’altra militanza, radicale, totalizzante, quasi ascetica: la difesa degli animali, fino alla fondazione dell’organizzazione che porta il suo nome. È un secondo capitolo che non cancella il primo, lo rende più complesso: la donna che ha incendiato l’immaginario si sposta — lontano dai set — su un terreno di lotta.

E oggi, nel giorno della sua morte, quel passaggio sembra la chiave emotiva per leggere anche la “lettera” di Mughini: l’ammirazione per la bellezza, sì, ma anche per una forma di rifiuto. La celebrità come gabbia. La seduzione come potere e come condanna. Il corpo come bandiera e come bersaglio.

Poi c’è la scena, quasi simbolica, che restituisce l’aria di quegli anni: nel 1958, all’Expo di Bruxelles, una foto di Bardot mentre balla il mambo viene indicata — in un contesto di moralismo aggressivo — come immagine della lussuria, del “Male” terrestre. È l’istantanea perfetta di ciò che Mughini racconta: Bardot non è soltanto desiderio, è scandalo del desiderio.

Naturalmente, Bardot resta anche una figura controversa: la sua seconda vita pubblica è stata attraversata da posizioni politiche dure e da frasi che le sono costate condanne in Francia per incitamento all’odio razziale. Il personaggio-B.B. non è mai stato semplice, e la storia oggi lo ricorda con la sua luce e le sue ombre.

Ma un libro come quello di Mughini, proprio perché non è una celebrazione istituzionale, regge l’urto della complessità: non ti chiede di assolvere o di condannare. Ti costringe a guardare. A riconoscere l’impatto. A misurare quanto una donna, con un volto e una libertà così esposta, abbia potuto cambiare un secolo intero.

E oggi, mentre Saint-Tropez diventa un nome più silenzioso e l’Europa perde una delle sue icone più incandescenti, resta quel gesto antico e testardo che è la scrittura: una lettera d’amore che non vuole “aggiustare” Bardot, ma tenerla viva esattamente come era — indomabile, desiderata, discussa, irripetibile.

Come certe stelle: non smettono di bruciare quando si spengono. Smettono soltanto di essere lontane.

 
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Cultura

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