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30 Novembre 2020

Pubblicato il

Disastro ferroviario di Roccasecca

di Redazione

Doppio ricorso in Appello per il disastro alla stazione di Roccasecca

Doppio ricorso in appello per la sentenza di primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione per i macchinisti dell'interregionale Roma – Campobasso. Il primo ricorso è stato presentato dalla Procura della Repubblica di Cassino.

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I magistrati inquirenti, guidati dal dottor Mario Mercone, hanno ritenuto mite la sentenza di primo grado, per cui hanno inoltrato richiesta d'inasprimento, anche perché nella requisitoria il pubblico ministero, Barbara Affinita, aveva chiesto sei anni di reclusione. Ma, come accennato, c'è anche la richiesta d'appello della difesa dei macchinisti, Mario Mangano Gabriele Venditti.

Gli avvocati, Calogero Nobile e Fabio Tanzilli, hanno chiesto ai magistrati della Corte d'Appello di Roma l'assoluzione piena per i loro assistiti, condannati in primo grado, dal collegio penale di Cassino, per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario colposo.

La tragedia ferroviaria in cui persero la vita Francesco Martino, studente 25enne di Isernia, e Antonio Vallillo, 49enne di Ferrazzano (Campobasso), e rimasero feriti settanta passeggeri, ci fu il 20 dicembre 2005, quando il treno interregionale Roma – Campobasso, tamponò un convoglio fermo sui binari e pronto alla ripartenza. Ci furono lunghe indagini, con perizie e controperizie, sino al processo andato avanti per tre anni.

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Un dibattimento dove sin dalle prime battute si è assistito a due versione, quella del pubblico ministero e quella della difesa, completamente opposte. La prima ha fondato la tesi dell'errore umano e sul perfetto funzionamento del quadro dei comandi nella stazione ferroviaria, la seconda sui lavori nei pressi della sala relè e sulla testimonianza dei due imputati:

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"Il semaforo era verde", hanno sempre sostenuto Mangano e Venditti. Sino alla sentenza di condanna, pronunciata nel settembre 2012, a tre anni e sei mesi, nella quale, per effetto dell'indulto del 2006, sono stati condonati tre anni. Adesso parola ai magistrati della Corte d'Appello di Roma.

 
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