Max Verstappen ha vinto ancora. E fin qui, nulla di nuovo. Ma farlo a Suzuka, per la quarta volta consecutiva, con una Red Bull che non è più l’astronave dominante degli ultimi anni e nel giorno dell’ultima danza con il motore Honda sul tracciato di casa, cambia la prospettiva. È una vittoria che pesa più dei punti in classifica, che riporta al centro la capacità di guida, la lucidità nelle scelte e un senso di continuità tecnica che in un Mondiale 2025 dalle dinamiche più incerte sta diventando moneta rara.
Gran Premio del Giappone, duello fratricida sul podio
Suzuka, per Verstappen, è sempre stata qualcosa di più di una semplice tappa del calendario. La pista giapponese, con le sue curve ad alta velocità e la necessità di equilibrio meccanico quasi chirurgico, è uno specchio fedele del talento puro. Il fatto che nessuno, prima di lui, avesse mai vinto qui quattro volte di fila, ne è una conferma ulteriore. L’olandese ha costruito la vittoria al sabato, con una pole position che ha avuto il sapore delle vecchie imprese: giro perfetto, timing impeccabile, sfruttamento totale del pacchetto a disposizione.
Il duello che ha animato la corsa non è stato quello per la vittoria – Verstappen ha controllato, come spesso accade, senza sbavature – ma quello alle sue spalle. Norris e Piastri si sono contesi il secondo gradino del podio con un’intensità quasi fratricida. Alla fine ha prevalso Lando, ma il verdetto ha lasciato l’impressione che Oscar avesse qualcosa in più. È stato il “tappo” imposto da Norris, forse in modo inconsapevole, a impedire all’australiano di mettere vera pressione sul leader della corsa.
L’episodio chiave, in realtà, è arrivato al pit stop. Il 22° giro ha regalato uno dei momenti più caldi della giornata: Verstappen e Norris si sono ritrovati fianco a fianco in corsia d’uscita, con l’inglese che ha protestato via radio per una manovra che, in realtà, era perfettamente regolare. Max aveva la posizione, e in Formula 1, si sa, la linea è di chi ce l’ha. La direzione gara ha confermato, ma intanto l’incrocio di traiettorie ha regalato l’unico brivido vero al comando.
E la Ferrari? Ancora una volta spettatrice. Charles Leclerc ha chiuso quarto, stesso posto da cui era partito, e con un distacco che racconta bene le attuali gerarchie: 16 secondi da Verstappen, 14 dalle McLaren. Il gap, pur in lieve riduzione rispetto a inizio stagione, rimane tale da rendere difficile ogni ambizione reale di titolo. La monoposto è più stabile, ma manca il colpo, il guizzo, la possibilità di inserirsi nelle battaglie che contano. Dall’altra parte, Lewis Hamilton, che con esperienza ha guadagnato una posizione rispetto alla partenza (8°) grazie a una strategia controcorrente: hard all’inizio, soft nel finale. Una scelta che ha dato i suoi frutti, ma che, più che altro, è una magrissima consolazione visto che il bottino raccolto dopo tre gare è veramente esiguo.
F1, la favola di Antonelli
Se il pilota di giornata è senza dubbio chi ha vinto, la favola vera è un’altra: Andrea Kimi Antonelli. A 18 anni, 7 mesi e 11 giorni, si è ritrovato al comando – anche se per una manciata di curve – ed è diventato il più giovane di sempre a far segnare un giro veloce in gara, 1’30”965 al 51° passaggio. Due record che prima portavano la firma proprio di Verstappen. E il fatto che a strapparglieli sia stato un altro ragazzo prodigio, con un nome che sa di futuro già scritto, dà alla gara un sapore da passaggio di testimone, anche se prematuro.
Dopo tre GP e una Sprint, il Mondiale è ancora liquido. Quattro vincitori diversi, un leader – Lando Norris – con appena un punto di vantaggio su Verstappen (62 contro 61), e una top 5 che include anche Oscar Piastri e George Russell. La Ferrari, per ora, resta fuori dai giochi. Ma c’è tempo, e più ancora ci sono margini, specie in un calendario così lungo.