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12 Giugno 2021

Pubblicato il

Religione, Gesù vincitore di Satana

di Redazione

di Il capocordata

Gesù è tentato dal diavolo (Mt. 4, 1-11) prima di iniziare il proprio ministero pubblico. Il racconto è collegato a quello del battesimo di Gesù tramite la parola del Padre: “questo è il mio Figlio prediletto” . Ci sono tre indirizzi fondamentali nella comprensione del racconto della tentazione. Prima variante: Gesù è tentato come Messia. Sono in discussione erronee concezioni del Messia, che sono state collegate a Gesù e che devono essere respinte. Verrebbe respinta la pretesa che il Messia debba legittimarsi facendo miracoli spettacolari o rivelarsi in modo inequivocabile come salvatore. Seconda variante: Gesù viene tentato come uomo pio e giusto, le sue tentazioni hanno un significato di esempio per i discepoli. Gesù, che fu tentato subito dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni, può allora diventare anche il modello del battezzando cristiano. Terza variante: nelle tentazioni di Gesù si ripetono le tentazioni nelle quali fu impegnato il popolo di Israele, il “figlio di Dio”! Mentre Israele cedette alle tentazioni, Gesù si mostra nella sua obbedienza il figlio fidato.

Lo spirito, che era sceso su Gesù, lo conduce nel deserto. Dio quindi vuole che egli dia buona prova di sé: il deserto è la scena dell’evento. Il ruolo del diavolo come tentatore proviene da un’antica concezione biblica. L’assegnazione del ruolo di seduttore e di accusatore all’avversario divino corrisponde da un lato all’intento di tenere il male lontano da Dio, dall’altro all’esperienza del male in una dimensione razionalmente non controllabile. Per la comprensione biblica della tentazione va detto che essa è seduzione, in ultima analisi diretta sempre al distacco da Dio. Tentato è non il peccatore ma il giusto a cui è affidato un compito, che vive in unione con Dio e che Dio ha scelto.

Il digiuno di Gesù domina il periodo del suo soggiorno nel deserto, che durò quaranta giorni e quaranta notti: alla fine ebbe fame. La fame è l’appiglio, abilmente scelto, per la prima richiesta tentatrice del diavolo: “Se sei figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pani” (v. 3). Gesù è messo alla prova in quanto figlio di Dio. La fame deve indurre il figlio di Dio a ribellarsi a Dio. Il figlio di Dio viene tentato come uomo. Gesù non solo si rifiuta di dare ascolto alle pretese del tentatore, ma motiva anche questo suo rifiuto facendo ricorso alla Scrittura, com’era uso in una disputa. “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (v. 4). Ciò significa che ancora più importante del pane è per l’uomo la parola di Dio e l’obbedienza a lui. La parola di Dio è infatti vera vita. Con ciò si mette in rilievo l’aspetto di esempio nel comportamento di Gesù, fidandosi della legge come parola di Dio.

L’introduzione alla seconda (e terza) scena di tentazione è diversa dalla prima: allora era stato il diavolo ad avvicinarsi a Gesù, ora è il diavolo che lo porta con sé. Luogo dell’azione è la città santa di Gerusalemme, nel punto più alto del tempio: il diavolo dice a Gesù di gettarsi giù, perché certamente gli angeli sarebbero intervenuti a raccoglierlo in tempo. L’insinuazione è che Gesù, nella sua qualità di figlio di Dio, può accampare il diritto alla straordinaria protezione divina. Il gettarsi giù dall’alto costituirebbe per così dire la prova esemplare.

“Non tenterai il Signore tuo Dio” (v. 7). A questo punto la disputa tra Gesù e il diavolo assume una particolare asprezza. Il diavolo aveva, da teologo, incomodato la Scrittura. Gesù controbatte con un altro detto scritturistico. La distorsione della Scrittura viene contrapposta al suo vero contenuto. In tale contrapposizione va ricercato anche il nocciolo di questa tentazione. Il distacco da Dio, a cui il diavolo cerca di allettare Gesù, consiste nella sprezzante provocazione della bontà di Dio. L’uomo, che collauda Dio come una merce, non sarebbe più uno che riconosce docilmente il suo volere. La tentazione degli uomini di mettere alla prova Dio equivale in sostanza a metterlo in dubbio.

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Un altissimo monte è il luogo della terza e ultima tentazione. Il diavolo fa vedere a Gesù tutti i regni del mondo e il loro splendore. Per numerosi interpreti risulta accertato il carattere politico-messianico di questa tentazione. Ma la tentazione non consiste in una falsa immagine del Messia, ma nel fatto che il prezzo è l’adorazione del diavolo. Affiora l’idolatramento del mondo e della sua gloria, l’essere schiavi di un mondo svincolato da Dio. Questa minaccia può riguardare tutti, e quindi anche in questo caso la condotta di Gesù assume un valore di esempio per il discepolo. Il diavolo è visto come signore del mondo, come dio della storia. La gloria indica però l’apparenza, lo splendore ingannevole, l’instabilità propria del suo dominio.

“Vattene, Satana!” (v. 10). Questa affermazione Gesù la ripeterà anche a Pietro, il quale voleva distogliere il Maestro dalla croce. Anche in questa tentazione già risuona l’idea di sofferenza nel senso dell’esemplare obbedienza di Gesù. “Adorerai il Signore tuo Dio e solo a lui presterai culto” (v. 10). La motivazione scritturistica può essere intesa come un riassunto di tutto il racconto, poiché esprime il decisivo schieramento del figlio di Dio dalla parte di Dio e conferma di nuovo il senso ultimo della tentazione, quello cioè di spingere l’uomo a distaccarsi da Dio.

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Il felice esito della tentazione viene presentato in un duplice modo. Da un lato il diavolo abbandona Gesù, dall’altro a Gesù si accostano degli angeli e lo servono. Il tentatore però non è ancora definitivamente battuto. Egli si ritira solo per effetto del detto imperioso. Gli angeli obbediscono al Padre, sono inviati da lui e diventano quindi l’espressione della certezza che Gesù ha di Dio. Nelle tentazioni di Gesù si rispecchia la tentazione umana, in quanto questa intende in ultima analisi separare l’uomo da Dio. Il superamento della minaccia è possibile solo col “prestare culto a lui soltanto” e col tenersi saldi alla sua parola di vita.                                        

Bibliografia consultata: Gnilka, 1990.

 
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