Un ciociaro sul tetto dell’Ararat: Carmine Lanni conquista la vetta a 5.137 metri

Alle 5 del mattino Carmine Lanni, originario di Sant'Elia Fiumerapido e residente a Castrocielo, ha raggiunto i 5.137 metri della montagna legata alla leggenda dell'Arca di Noè
Di Fabio Vergovich
Monte Ararat
Monte Ararat

Sono le cinque del mattino del 15 settembre 2026 quando Carmine Lanni raggiunge la cima del Monte Ararat. Il termometro segna 15 gradi sotto zero, il vento soffia a circa 60 chilometri orari e sotto gli scarponi ci sono 5.137 metri di montagna. Per l’alpinista ciociaro, originario di Sant’Elia Fiumerapido e residente a Castrocielo, è il punto d’arrivo di una salita durissima, combattuta metro dopo metro contro il freddo, la stanchezza e, soprattutto, contro la tentazione di fermarsi quando la vetta sembrava ancora troppo lontana.

Lanni aveva pensato di chiudere con le grandi ascensioni. L’Ararat, però, continuava a esercitare su di lui un richiamo particolare, alimentato dalla maestosità della montagna e dal valore simbolico che accompagna da secoli questo luogo, tradizionalmente legato al racconto biblico dell’Arca di Noè.

«Avevo deciso di smettere con la montagna – racconta – ma l’Ararat mi era rimasto dentro. Per il suo fascino e per il suo significato biblico, legato alla tradizione dell’Arca di Noè. Sentivo che dovevo provarci».

Dalla Ciociaria all’Anatolia orientale

Il viaggio verso la montagna è iniziato da Istanbul, per poi proseguire verso Erzurum e Dogubeyazit, nell’Anatolia orientale, ai piedi dell’Ararat.

La salita vera e propria è cominciata da quota 2.200 metri. Prima tappa il Campo 1, a circa 3.400 metri, poi il Campo 2, allestito a quota 4.200. Un progressivo adattamento all’altitudine prima del tentativo decisivo.

A mezzanotte la partenza verso la cima. Davanti, diverse ore di cammino nel buio, con temperature sempre più rigide e un vento destinato a diventare il principale avversario della spedizione.

Il passaggio più difficile arriva intorno ai 4.800 metri.

«Il vento ha cominciato a prenderci a schiaffi. Dovevo mettere i ramponi e non riuscivo. La guida mi ha aiutato. Sono stati cinque minuti interminabili: ho pianto e volevo rinunciare. Ma la guida mi ha incitato e ho continuato».

Un momento nel quale la stanchezza fisica si somma alla pressione psicologica. A quella quota anche le operazioni apparentemente più semplici diventano complicate e ogni movimento richiede concentrazione ed energie.

Lanni riparte. Un passo dopo l’altro, senza forzare il ritmo, continuando a guadagnare quota nonostante il freddo e il vento.

Alle cinque del mattino la salita termina.

La vetta dell’Ararat è conquistata.

«Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. In quel momento ho capito che tutta la sofferenza era valsa la pena».

Carmine Lanni

Dopo il Kilimangiaro, una salita ancora più dura

Per Carmine Lanni non si tratta della prima grande impresa in alta quota. Nel 2022 aveva già raggiunto la cima del Kilimangiaro, in Tanzania, a 5.895 metri. Eppure, nonostante l’altitudine inferiore, considera l’Ararat un’esperienza ancora più impegnativa per le condizioni incontrate durante l’ascesa.

La montagna, nel suo modo di raccontarla, non coincide soltanto con la conquista di una vetta. È soprattutto il luogo nel quale vengono meno le comodità e le certezze della vita quotidiana e resta soltanto il rapporto con i propri limiti.

«La montagna è sofferenza, paura e fatica, ma è anche libertà. Lassù sei solo davanti a te stesso. È proprio questo che amo: la montagna non ti regala niente, ogni passo devi conquistartelo».

Parole che restituiscono il senso di un’esperienza costruita più sulla resistenza che sulla ricerca del record. Arrivare in cima significa portare a termine un percorso iniziato molto prima della partenza, fatto di preparazione, allenamento e capacità di continuare quando il corpo suggerirebbe di fermarsi.

Sette ore per tornare a valle

Raggiungere la cima, infatti, rappresenta soltanto metà del viaggio.

, l’emozione e pochi minuti trascorsi a quota 5.137 metri, comincia la lunga discesa. Serviranno più di sette ore per tornare a valle, con le gambe ormai provate dalla salita e la concentrazione che deve restare alta fino all’ultimo tratto.

Per Lanni, tuttavia, questa volta il significato dell’impresa va oltre l’alpinismo.

Negli ultimi anni ha dovuto affrontare anche le conseguenze di un grave incidente, esperienza che inevitabilmente ha reso ancora più personale il raggiungimento della cima.

«Dopo tutto quello che mi è successo negli ultimi anni, a partire da un grave incidente, arrivare in cima all’Ararat è stata un’impresa che dedico soprattutto a me stesso. Ormai lo dico scherzando: se non soffro, non mi diverto».

La vetta diventa così anche la misura di una ripartenza, costruita senza cancellare le difficoltà attraversate ma trasformandole nella motivazione per tentare ancora qualcosa che sembrava fuori portata.

Rimane infine una domanda inevitabile: quella dell’Ararat sarà davvero l’ultima grande avventura?

La risposta di Carmine Lanni contiene già qualche dubbio.

«Ringrazio la mia futura ex moglie Anna, che mi supporta e mi sopporta in queste mie pazzie. Spero che sia l’ultima… anche se non escludo il ritorno».

Conoscendo il richiamo che la montagna continua a esercitare su di lui, più che una promessa sembra una tregua.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista