08 Marzo 2021

Pubblicato il

Un nome scritto in cielo

di Redazione

La consolazione dell’apostolo

Il brano di Luca (10, 1-20) che ascolteremo nella XIV Domenica del Tempo ordinario ha avuto dagli studiosi il titolo seguente: la Missione dei settantadue discepoli. Questi discepoli praticamente vengono identificati con gli apostoli, che però, per il loro numero e la loro missione, non si trovano più esclusivamente in relazione con Israele e le sue dodici tribù, ma con tutti i popoli della terra. Inoltre, il brano contiene altre istruzioni del Maestro che rivolge ai discepoli di cui far tesoro nel momento in cui l‘apostolo, nella Chiesa di ogni tempo, compie la sua missione evangelizzatrice nel mondo intero.
Quello che ci presenta Luca in questo brano del suo Vangelo rappresenta un autentico “discorso della missione”, corrispondente alla vera “missione”, quella che prepara la venuta del Signore: alla prospettiva universalistica (la missione in tutto il mondo) si sovrappone la prospettiva escatologica (quella finale) che si manifesta mediante l’accenno alla venuta del Signore. Anche il mondo pagano è destinatario della missione dei Settantadue discepoli: è questo, infatti, il numero totale dei popoli del mondo, come si evince dal libro della Genesi, e in tal modo Luca lega la missione presso i pagani alla vita terrena di Gesù.

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Prima parte: l’invio in missione (Lc. 10. 1-16).
“Il Signore designò altri settantadue…” (v. 1). La chiamata alla missione è un atto sovrano, creatore di Gesù: è lui che sceglie, “designò”, i settantadue discepoli e li manda, “invia”, là dove stava per recarsi, in ogni città e luogo, termini che descrivono l’orizzonte universale della missione; è proprio dell’amore “inviare” all’altro, proiettarci fuori di sé, verso tutti i fratelli. I “settantadue” sono mandati in coppia, “due a due”, sia per ragioni di reciproco aiuto, sia a motivo della testimonianza, che per essere valida si richiedeva la concordanza di due persone e sia perché due è principio di molti, seme della comunità.

“La messe è abbondante ma gli operai sono pochi” (v. 2). Di fronte al mondo intero da evangelizzare, gli operai sono pochi: è la coscienza del piccolo gregge (la Chiesa), depositario del Regno, destinato a tutto il mondo. La responsabilità del fratello è l’origine della missione; la missione non è affare di qualcuno, ma compito di ciascuno. La missionarietà della Chiesa non è fanatismo o proselitismo, ma conoscenza dell’amore del Padre per tutti e singoli i suoi figli. “Pregate dunque…” (v. 2): il tema della preghiera, importante in Luca, collega l’iniziativa della missione a Dio, “padrone della messe”. La preghiera , comunione col Padre, è la sorgente della missione: l’unione con Dio è il primo e più efficace mezzo per la evangelizzazione. La responsabilità della salvezza, come fu del Signore, seminatore della Parola, ora è dei discepoli: sono essi gli operai che collaborano alla sua stessa fatica. Purtroppo sono pochi quelli che lavorano-con lui, i più lavorano contro di lui.

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“Andate…” (v. 3): non c’è limite alla missione degli “inviati”; lo spazio aperto a questa missione abbraccia tutto il mondo. “Come agnelli in mezzo ai lupi”: si tratta di una missione in povertà e sprovvedutezza, che espone e rende indifesi come lui, l’Agnello consegnato nelle mani degli uomini. In questa storia nostra, il lupo mangerà sempre l’agnello, ma questo vincerà e riceverà il potere proprio in quanto “immolato”, “sgozzato” (cfr. Ap. 5, 12). Un miliardo di agnelli non mangiano un lupo, però l’unica vittoria sul lupo è quella dell’Agnello, che vince il male con il bene.

“Non portate…” (v. 4). Gesù determina le modalità della missione. Alcune di esse sono negative: nessuna borsa, né bisaccia, né sandali e nessun saluto lungo la strada, perché l’unica sicurezza del discepolo è lasciare tutto e confidare nella parola del Signore. Quando hai cose, dai cose, quando non hai più nulla, dai te stesso: solo allora ami veramente. Altre modalità sono positive e si riferiscono a luoghi, case e città. Per queste ultime il Signore consegna all’apostolo tre direttive: il missionario deve portare il saluto della pace, segno dell’ingresso nel Regno, sinonimo di ogni benedizione di Dio e frutto dello Spirito di Gesù; le comunità fondate dai missionari devono provvedere alle loro necessità materiali; per quanto riguarda il soggiorno dei missionari, che si sovrappone “all’andare” che caratterizza la missione, esso sta ad indicare la stabilità della casa di Dio, la Chiesa, frutto della missione.

“Vi accoglieranno…non vi accoglieranno” (vv. 8.10). Gli inviati,
nell’accoglienza, ricevono il nutrimento e portano la guarigione equivalente alla pace che essi portano, quale effetto dello Spirito e segno dell’avvento del Regno. Anche nella situazione opposta di non accoglienza c’è reciprocità: al rifiuto del messaggio e della persona degli apostoli, corrisponde il loro “esodo” accompagnato da un gesto profetico, scuotere la polvere contro di loro. Questo gesto è un atto di denuncia: non c’è nulla in comune con chi ha rifiutato la pace. Ma è anche un gesto di annuncio, atto a risvegliare la coscienza sopita di chi non accoglie. Dunque, il rifiuto è la soglia tra la vittoria e la sconfitta del male: il male è vinto quando vince, perché l’amore vince perdendo.

Seconda parte: il ritorno (vv. 17-20).
I settantadue ritornarono da Gesù con gioia: la gioia del ritorno al Signore per stare con lui. La gioia è la firma autentica di Dio, amore perfettamente amante e amato. L’uomo è sete di tale gioia, perché è a immagine di Dio: senza di essa è triste fino a detestare la vita. Il motivo di tanta gioia dei discepoli è perché i demoni si sottomettono a loro come prima si sottomettevano a Gesù: nel suo nome, però, non nel loro nome. Ma Gesù rivela loro una gioia più profonda: “i vostri nomi sono scritti nei cieli” (v. 20), questo è il vero motivo di gioia. Il fine della missione è l’elevazione all’intimità e alla pienezza di vita di Dio. La nostra gioia è perfetta per il nostro dimorare in lui e per il suo dimorare in noi: è l’unità d’amore, per cui fin da principio ci ha fatti. Amandolo con tutto il cuore, diventiamo con lui un’unica carne: siamo sua sposa. Motivo di gioia non sono tanto i frutti immediati della missione, spesso aleatori e contrastati, quanto il fatto che essa ci rende figli nel Figlio, unendoci a lui in un unico destino d’amore per la morte e per la vita.

Bibliografia consultata: Lignée, 1974; Fausti, 2011.

 
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