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Velletri: “Cronaca di una strada offesa: via Ara di Stanga, dove l’asfalto geme e il Comune tace”

I residenti, stanchi, indignati, la chiamano “la trincea”, “la mulattiera”, o semplicemente “quella vergogna”. È una strada dissestata, grattata, offesa
Di Redazione
Strada con buche, Via Ara di Stanga, Velletri

C’è una strada, parallela all’Appia, che da settimane giace come una ferita aperta, esposta al sole cocente di giugno e alle vibrazioni sorde del traffico quotidiano. Si chiama via Ara di Stanga, ma ormai nessuno la chiama più così. I residenti, stanchi, indignati, la chiamano “la trincea”, “la mulattiera”, o semplicemente “quella vergogna”. È una strada dissestata, grattata, offesa — promessa d’asfalto, mai mantenuta. L’ho percorsa, la via Ara di Stanga. Stretta, indifferente, solitaria. Si snoda come una cicatrice viva sul corpo antico di Velletri, fra ciuffi d’erba selvatica e fossi dimenticati dai geometri.

Nessuno ci bada, eppure grida. Grida storie di uomini piegati dalla fatica, di cavalli legati a pali come soldati esausti, di grano battuto a mani nude. Nessuno ascolta, ma lei parla. È una strada che sa. “Ara”, dicono. Ma non quella dei sacrifici rituali, non l’altare del sangue versato per gli dèi romani, oh no. “Ara” qui è un’aia. Un’aia contadina, umile e polverosa. Un quadrato di terra battuta dove il sole brucia e le braccia si spezzano. Dove il granturco si ammassa e la canapa si secca, come le speranze dei poveri.

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“Stanga”, poi. Il nome ti ferisce. La “stanga” è un legno verticale, un palo. Un oggetto bruto e silenzioso, piantato nel suolo come una sentinella. Ci si legavano gli animali, certo. Ma anche la stanchezza degli uomini. E allora quell’“Ara di Stanga” diventa l’aia dei legami, il crocicchio della sosta, l’epicentro della fatica. Non è poesia, è geografia dell’umano. Qualcuno osa dire che il nome venga da un fatto d’arme del 1482. Che Roberto Malatesta, condottiero invecchiato in guerra e morto poco dopo a Roma, guidò le sue truppe esauste fino a quel lembo di terra, dopo la battaglia di Campomorto. “Per riposare gli stanchi”, racconta un Borgia.

E io li vedo, quei soldati. Le membra rigide, la carne sporca, le voci afone di chi ha visto morire un compagno. Scesero a Velletri come fantasmi, trovarono riparo fra le vigne e i pali. E lì, forse, nacque il nome: campo degli stanchi. Ara degli stanghi. “Ara di Stanga”. Ma la Storia – con la maiuscola – è vile. Non lascia prove, solo sospetti. I libri non parlano, i documenti tacciono. E allora dobbiamo ascoltare i dialetti. I mormorii dei vecchi che dicono “Ara de’ Stanghi” come si direbbe il nome di un parente.

È la lingua, non la cronaca, che salva i nomi dall’oblio. La via, oggi, non ha nulla di glorioso. Eppure ogni curva sembra chiederti rispetto. È una strada che non dimentica. Che porta addosso l’odore del ferro e del sudore. Fra l’Appia antica e i campi di nessuno, l’Ara di Stanga è il punto in cui il tempo ha fatto una pausa. Una pausa lunga secoli. E lì ha lasciato appesa una parola: stanga. Forse non sapremo mai davvero da dove viene quel nome. Ma sappiamo cosa evoca. E basta questo, per darle dignità.

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Oggi, quella Ara di Stanga, avrebbe dovuto essere riasfaltata. Invece si è lasciato il lavoro a metà. Si sono aperti i cantieri, si è sollevata la crosta del vecchio manto come si scortica un cadavere per un’autopsia stradale — poi basta. Più nulla. I lavori sono fermi da tre settimane. Si parla di ritardi per l’acqua, per i telefoni. Ma il tempo intanto passa, le buche si allargano, e l’asfalto ridotto a ghiaia e crepe ingoia pneumatici, piega cerchioni, spezza semiassi. Una volta, lì, riposavano i soldati. È accaduto più volte. E ogni danno meccanico è un’ingiustizia: chi paga? Non il Comune.

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La strada Ara di Stanga è densamente popolata. C’è chi la percorre a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino, chi in auto. E proprio i motociclisti sono quelli più esposti. Da oltre ottanta anni, non è percorsa più dagli animali da soma, una volta legati alla “stanga”, al palo, per il riposo, ma è tornata, a livello di manutenzione, allo stato in cui versava nel Medioevo. La ruota anteriore delle moto trema su quel fondo irregolare, poi si scivola. E allora il rischio non è solo materiale, è carnale. È la pelle che sfrega l’asfalto, è l’osso che si frattura, è la carne che urla.

Ma dal Palazzo, niente. Nessuna voce, nessuna scusa, nessun intervento. E allora mi chiedo: dove sono i responsabili? Dove sono quelli che devono vigilare? Dove sono i signori dell’urbanistica, dell’edilizia, della viabilità moderna? Sono stati informati che in via Ara di Stanga non vengono più utilizzati gli animali da soma, ma i mezzi meccanici? Dove siete, voi del Comune di Velletri, mentre la vostra città affonda nei crateri di un cantiere interrotto?

Perché questa non è solo incuria. È indifferenza. È un disprezzo sottile e arrogante per la dignità di chi abita quei luoghi, con tanta storia sulle spalle. È un tradimento dell’obbligo — civile, morale, amministrativo — di garantire sicurezza. No, non è un dettaglio da archiviare in una riunione tecnica. È un’emergenza. E se è vero che una civiltà si misura da come tratta le sue strade — allora qui siamo prossimi alla barbarie. Che il Comune intervenga. Non domani, non dopodomani. Ora. Prima che la prossima vittima non sia una marmitta rotta ma una vita spezzata. E che il silenzio amministrativo non si trasformi in grida civili. Prima che la cittadinanza, stanca di attendere, reclami ciò che le spetta con la sola forza rimasta: quella della voce, della protesta e del diritto.

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Avv. Carlo Affinito

 
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Cronaca

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