Dedicato alla mia squadra del cuore del cardio centro Ticino
Dopo i primi pianeggianti chilometri nel caldo torrido di un luglio che sembra non curarsi affatto delle sconclusionate iniziative europee del Green Deal, la salita iniziò a farsi notare costringendo i muscoli delle gambe ad una spinta più decisa sui pedali della vecchia Lee Cougan. “Villa Chigi”, più nota come “Villa Mussolini” (colpevolmente in perenne stato di abbandono) era ancora lontana una decina di chilometri, forse ancora troppo vicina alla vetta del Monte Terminillo per essere raggiunta. Una sconfitta dunque, ma solo momentanea.
La sola possibilità di poterci riprovare ancora mi rendeva felice e libero. Nella vita ho spesso perduto, qualche volta ho vinto, ma ciò che più amo ricordare è la strada percorsa, sempre disseminata di ostacoli, per arrivare ad un obiettivo o talvolta per inseguire un sogno. Con essa un ricordo lo avranno, sempre e comunque, tutte le persone che mi hanno accompagnato. E così, mentre mi scontravo con l’aria fresca della discesa che mi riportava a valle, la mente, libera dalla fatica, andava ai “giorni di Lugano”…
Il Frecciarossa in ritardo
Il giorno successivo alla tradizionale Pasquetta, un ritardatario FRECCIAROSSA arrivava alla Stazione di Milano fuori tempo limite per la prenotata coincidenza direzione Lugano. Conoscendo la precisione delle ferrovie elvetiche, mi costrinsi in una corsa a ginocchia basse tipica di colui che non vorrebbe correre ma deve farlo. Tutto ciò per riuscire a prendere letteralmente al volo il treno svizzero. E così, un attimo prima della cronometrica chiusura delle porte, praticata con prevedibile ed intransigente puntualità dai capotreni delle FFS, mi imbarcavo sul mio vagone, ignaro del destino che mi attendeva.
Che mi dovessi sottoporre ad un delicato intervento chirurgico al cuore era per me certo soltanto da un paio di settimane, al termine di un’estenuante girovagare durato quasi un semestre presso i vari presidi del Sistema Sanitario Italiano. Svariati quanto inutili accessi a vari Pronto Soccorso dell’area laziale, diatribe verbali con medico di base, CUP, numeri verdi e di “presunta garanzia” per l’ottenimento delle visite specialistiche e dei “dovuti” quanto “indispensabili” accertamenti. (Link articolo Prima Parte).
Mi avevano accompagnato martellandomi la mente in quelle stesse settimane le parole di un giovane e preparato cardiologo dell’Ospedale di Rieti, che ancor prima della visita specialistica con la più blasonata cardio-chirurgia del Sant’Andrea, pienamente concorde con la diagnosi e con le modalità di intervento messe nero su bianco sul referto della coronarografia effettuata presso il Cardiocentro Ticino di Lugano, nell’invitarmi ad un immediato intervento non aveva esitato a dirmi:”….lei potrebbe anche non risvegliarsi domani mattina!”
Arriva il colpo
Mentre riflettevo su quest’ultima trasferta lavorativa prima dell’ “imminente” ricovero presso l’Ospedale romano in Via di Grottarossa, ad una ventina di minuti dall’arrivo alla stazione di Lugano, tutti i sintomi che portavano ad una crisi cardiaca si manifestavano improvvisamente e subdolamente.
Ripensai alla forzata corsa tra i binari meneghini, alle precedenti crisi degli ultimi mesi sempre sottovalutate dai pronto soccorso italiani, alla possibile beffa di un infarto letale in attesa del ricovero ospedaliero riparatore se non risolutore ed all’avvertimento del giovane cardiologo che avevo saputo apprezzare per franchezza e decisione.
La terrificante sintomatologia si placava dopo alcuni interminabili minuti e solo l’abitudine ad averla già conosciuta sul mio corpo non aveva determinato l’utilizzo del freno d’emergenza che avrebbe rovinato la giornata a tutti i passeggeri.
Fortunatamente Lugano era vicina e il treno “ovviamente” in orario. Così, una manciata di minuti e mi ritrovavo nella comfort zone del Pronto Soccorso dell’Ospedale cantonale cittadino, al cui interno “svetta” l’Istituto Cardiocentro Ticino, seguendo alla lettera quanto laconicamente refertato un paio di settimane prima dal cardio-chirurgo del presidio ospedaliero romano: “…..se sintomi recarsi al PS più vicino.” Una “presa di posizione” piuttosto evasiva in assenza di una proposta di soluzione e con un ricovero di là da venire che mi aveva destato non poche sconfortanti perplessità.
Esempio fulgido di lungimiranza, dedizione, generosità e impegno sociale, la struttura specializzata in “affari di cuore”, sorta nel 1995, dal 22 Dicembre 2020 è passata sotto la gestione pubblica!!! rispondendo con prontezza ai desiderata dei suoi principali artefici, il Prof. Tiziano Moccetti ed il Dr. Eduard Zwick.
Dal privato al pubblico e non il contrario
Insomma, l’esatto contrario del pluriennale indirizzo imposto dai governi nostrani che abbandonano colpevolmente gli “impegni” della Sanità pubblica per favorire in modo “volgare” gli interessi voraci di discutibili o discussi “imprenditori” privati.
Diversi anni prima nel vederlo affacciarsi sul grande lago circondato di monti e case, mai avrei immaginato di doverne diventare “cliente affezionato”.
Considerato che i nuovi 3 piani del Cardiocentro, frutto di un grande progetto di ampliamento, sono praticamente ultimati secondo le normali tempistiche europee (impensabili per noi italiani), l’ammirazione per una tale utile opera resa pubblicamente fruibile ai possessori della Tessera Europea di Assicurazione Malattia (TEAM) oltre che a tutti i cittadini svizzeri, inevitabilmente si trasforma in rabbia e poi in sentimento di rivolta verso chi ha gestito negli ultimi trent’anni la sanità pubblica italiana.
I numeri della Sanità svizzera
Riportando i dati apparsi in un recente numero del Corriere del Ticino, per nel 2023 il sistema sanitario nazionale svizzero è costato 94 miliardi di franchi, cifra corrispondente all’11,7% del PIL (circa 881 fr. al mese per abitante, cioè 943,00 euro) con un aumento del 2,4% e quasi il doppio della percentuale del 6,2% registrata in Italia, (ndr anche se in termini assoluti parliamo, solo per l’anno 2023, di 176,1 miliardi di euro, comunque tanto per un sistema che funziona poco o non funziona affatto). In Canton Ticino, tra l’altro, il costo pro-capite mensile è stato di 1.053 fr., dunque superiore alla media nazionale. Già nel 2024 si prevede un ulteriore incremento del 3%.
La Svizzera inoltre ha la più alta densità in Europa di apparecchiature di diagnostica per immagini ed il loro utilizzo è in aumento. Comunque, tra il 2002 ed il 2023 , a fronte di un aumento globale della popolazione del 20% i costi sono raddoppiati.
Al di là di tutti questi dati, rilevabili e commentati da tutti i media svizzeri, ciò che non viene mai messo in discussione è l’efficienza e la qualità del servizio prestato. Elementi del tutto scontati per la mentalità di coloro che hanno la fortuna di vivere e/o lavorare in Svizzera.
Nel confronto tra Italia e Svizzera, indipendentemente dall’impietoso gap sugli impieghi di risorse pubbliche ed al netto della percentuale che storicamente, per l’Italia, è appannaggio della criminalità mafiosa e politica, ciò che plasticamente si rileva è che la Sanità Italiana è “indietro” rispetto a quella dei confinanti di egual madrelingua di almeno 30 anni. E non auguro a nessuno di provarlo per poterlo credere, anche se per poterlo certificare basta essere malati per un solo giorno.
Ci rivedremo tra 30 anni
Nella mia recente e purtroppo ripetuta frequentazione dei vari ospedali laziali, ho potuto registrare sempre i medesimi problemi, in alcuni casi oltre il limite della decenza umana.
E nonostante l’impegno assoluto di gran parte di medici ed infermieri costretti alla in “prima linea senza armi né munizioni” e con la quasi certezza di non vedersi mai riconosciuti meriti nè capacità professionali, la mancanza cronica di personale ormai da decenni, l’uso di macchinari desueti, anche talvolta la presenza di macchinari di alta tecnologia fermi per mancanza di personale specializzato all’uso, il “servizio” verso la persona malata ed i suoi familiari sarà per un verso o per l’altro, ingiustamente scadente.
Ovviamente, le conseguenze negative di tali situazioni non colpiranno mai il variegato mondo dei “colletti bianchi” nostrani o i “vecchi baroni” della nostra Sanità, né i politicanti di professione, “bravi” alla perpetua occupazione di ogni scranno disponibile ed acquisibile con la “forza dell’inganno” o con la “forza del denaro”. E tanti saluti alla Sanità per tutti ed alla Giustizia Sociale.
Ma, ritorniamo ai fatti…
La decisione di acconsentire all’intervento chirurgico presso l’ospedale svizzero era stata immediata quanto obbligata. Non potevo né volevo più tergiversare. Avevo rischiato abbastanza nei mesi precedenti. Ero stanco e provato dalle incertezze, dalle attese snervanti e dalla ormai conclamata candidatura ad una “morte improvvisa”. Inoltre, la “chiamata” con “diagnosi e modalità d’intervento aperte” prospettate dall’ospedale romano di Via di Grottarossa ancora non era pervenuta (in realtà, dopo un primo inaspettato approccio telefonico da parte del nosocomio per sondarmi su una non ben delineata “operazione”, non concretizzatosi per mia impossibilità, avrei ricevuto la mail per il ricovero a distanza di circa un mese dall’intervento eseguito in territorio elvetico). E così dopo due giorni di preparazione all’intervento, finalmente arrivava il mio momento.
Il risveglio a mano a mano
…..Il crepitio luminoso della combustione carta/tabacco aveva dato inizio al tipico “tiro a guancia” lento e costante facendo emergere i solchi verticali delle labbra che, con l’aiuto delle due dita volontariamente distese, avvolgevano l’inconfondibile “bofil” (ndr marca di bocchino per sigarette molto in voga tra i fumatori incalliti) color avorio. Mentre il fumo si fermava per pochi istanti nelle guance contratte prima di finire direttamente nei polmoni, la testa si inclinava verso l’alto per favorire la sensazione di maggiori e appaganti sapori…
“Papà sei tu, ancora non hai smesso di fumare, lo sai che ti fa male…..finalmente ti rivedo, mi sei mancato troppo!!! Ma dimmi, vuoi che lavori ancora con te? Ok . Sono pronto a partire ancora una volta. Sud Africa, Australia, Arabia Saudita, Singapore. Ed ancora Stati Uniti, Grecia. Però adesso scusa, sono un po’ stanco. Magari mi fermo con te, ce ne andiamo insieme in macchina (tanto guido sempre io), e parliamo, parliamo, parliamo…”
Il risveglio nella zona grigia della terapia intensiva è un’esperienza di vita che ti avvicina in ogni caso alla morte e che metterà tra te ed il resto dei tuoi giorni uno spartiacque ben delimitato. Nel mio caso, mentre ero intento ad accertare quasi ossessivamente di non aver subito in primis dei danni cerebrali, il primo pensiero era andato ai “miei” morti (mamma, mio fratello scomparso troppo giovane ed il mio papà). Sentivo che se uno di loro mi avesse chiamato lo avrei probabilmente seguito.
Il racconto dedicato agli eroi della salute
Ma, fortunatamente per me, il mio grande papà, incontrato nel limbo temporale prima del risveglio, si era limitato a quella benevola boccata di velenoso fumo, avvolgendomi con lui in una nuvola densa fino alla sua definitiva sparizione. Subito avevo verificato che lo sterno fosse intatto. Nessun taglio nel mezzo. “Solo” il taglio laterale per un intervento meno invasivo possibile!! Una gran cosa, ve lo posso assicurare, regalo della tecnica e della capacità di un chirurgo, italiano, che l’ospedale svizzero mi aveva messo a disposizione.
Avevo dunque maturato l’idea di scrivere questo “articolo” e dedicarlo ai veri eroi della vicenda, proprio nelle prime ore di permanenza in Terapia Intensa (così la chiamano da quelle parti). Giorni interminabili in balìa del fentanyl durante i quali, malgrado i “medicamenti” dosati ad arte dagli “sciamani” che mi avevano in cura, la possibilità di non “potercela fare” era piuttosto vivida e rappresentava un elemento di razionalità sul mio stato mentale. Momenti di vita non vita in cui ti accontenteresti solo di mantenere il cuore battente e la mente cosciente per abbracciare tua figlia anche per una sola volta ancora. Momenti in cui ti convinci che qualunque aumento di spesa in ambito sanitario, qualunque sacrificio per le casse erariali destinato alla salute pubblica e alla ricerca scientifica, se ben utilizzato, rappresenta l’unico elemento non “mistico” che, nel renderci artefici del progresso dell’umanità, consente all’uomo di avvicinarsi a Dio
Mentre alcune complicanze post intervento mi tenevano perennemente insonne ed in lotta con la mia anima più nera, la mia attenzione veniva attirata da un operatore, per quanto non addetto alla mia persona.
Nessun appunto alla sanità elvetica
Infatti, quello che sembrava un “veterano” della Terapia Intensiva, era impegnato nella difficile assistenza di un paziente intuitivamente in gravi difficoltà e presumibilmente molto più sul filo dello strapiombo rispetto al sottoscritto. Ebbene, l’esperto infermiere, coadiuvato all’occorrenza anche dagli altri colleghi, per tutta la durata del suo turno di notte non si era risparmiato un secondo tra manovre, settaggi, dosaggi e strategie pro vita. Accompagnato dalla colonna sonora degli allarmi perennemente attivi dei vari monitor, lo sentivo agire con determinazione, passione ed attenzione spasmodica. Ne potevo percepire la preoccupazione e soprattutto la caparbietà nel voler mantenere la sua promessa professionale e umana rilasciata ai parenti dell’ammalato.
Anche se non ho avuto con lui nessun rapporto, il suo comportamento ha saputo contribuire insieme ai suoi incredibili colleghi addetti alla mia persona a spingermi con ancor più “forza e onore” alla lotta in quel letto di lacrime e sangue (e il riferimento non è letterale). Ma soprattutto, la forza per essermi “rialzato” la devo alla “mia” infermiera di origini tedesche. Una “vestale” tanto eterea nella figura ed elegante nel portamento quanto meticolosa nell’azione e decisa nella parola.
Insomma, delle 2 settimane di soggiorno forzato presso il nosocomio elvetico, non sono mai riuscito a rilevare un appunto, un’inefficienza seppure lieve, un metro quadrato malamente pulito, un atteggiamento non professionale, un mancato sorriso, un ritardo, un “niente” a discapito della mia persona da parte di chicchessia. Dagli addetti alle pulizie ai Primari di ogni reparto. Dai medici di turno agli infermieri. Dagli specialisti della cardiochirurgia alle segretarie di amministrazione. Dai fisioterapisti agli addetti della mensa. Ognuno di loro ha fatto il suo, e lo ha fatto al meglio.
Intanto a Roma era in arrivo il nuovo Papa
Ma soprattutto, pur percependo sempre una situazione di massima professionalità, sono stato avvolto in un abbraccio di umanità, di attenzione e di considerazione tale da determinare una sorprendente sensazione di nostalgia nel momento stesso in cui il FRECCIAROSSA di una “canonica Domenica” datata 4 maggio, stracolmo di “giubilari stranieri”, si arrestava sui binari poggiati sulla terra romana. Ero tornato a casa con le mie gambe, sofferente ma determinato a ricominciare seppur con la sensazione mai provata prima di essere un “diverso” dal cuore “riparato”.
Roma era in attesa del nuovo Papa e ancora una volta sarebbe stata al centro del mondo. Ma il mio centro del mondo lo avevo con me da povero “Cristo pellegrino” a cui pochi avevano da prestare attenzione. Ero stanco, preoccupato ma pur sempre felice di sentire ancora il cuore in gola, battere e respirare.
E così nei successivi giorni, invece di voler dimenticare rapidamente la terribile esperienza, ho sentito aumentare quel legame con quel microcosmo di umanità multietnica che parlava la mia lingua e che mi aveva accompagnato in giornate così difficili della vita.
Solo la rigida normativa sulla privacy mi impedisce di citare uno per uno quelle donne e quegli uomini che sono diventati la mia squadra del “cuore”. Ne ho condiviso il pensiero, le passioni, le confidenze, le ambizioni, le storie personali. Le terrò sempre con me, insieme ai loro volti ed alle parole che mi hanno saputo regalare.
E ho voluto, a mio modo, fissare quel legame. Raccontarlo e scriverlo prima che il tempo riesca ad affievolirlo. Prima che tutto rimanga solo il ricordo di quel panno umido, passato con delicatezza sulla schiena inerme. Una mano gentile che lava il corpo e ti pulisce anche un po’ la parte più profonda ed oscura dell’anima.